L’ammiraglio in congedo ed ex portavoce del Comando generale delle Capitanerie di Porto parla a due anni dalla strage che ha causato più di novanta morti: «Prima si usciva sempre per soccorrere»
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«La tragedia di Cutro non è stata un incidente, ma l'esito della sovrapposizione di norme becere su un impianto di regole del soccorso che è straordinario. Alcuni eventi diventano inevitabili quando si mettono in moto meccanismi pericolosi». È il grido d'allarme lanciato dall'ammiraglio in congedo Vittorio Alessandro, ex portavoce del Comando generale delle Capitanerie di porto, parlando con i giornalisti a Crotone a margine di un incontro in occasione del secondo anniversario del naufragio del barcone carico di migranti a Steccato di Cutro.
«Ci sono voluti anni di duro lavoro e tanto sangue - ha aggiunto l'ammiraglio Alessandro - per scrivere le norme internazionali sulle procedure del soccorso in mare. Alcune sono straordinarie, ma basta poco, com’è accaduto due anni fa a Cutro, per bloccare il motore. Prima si usciva sempre e in tutte le condizioni. Ora, invece, il funzionario di turno deve chiedersi se ci sono le condizioni per uscire, se ne vale la pena o se è meglio aspettare. È accaduto pochi giorni fa anche nel canale di Sicilia, dove una barca con 24 persone a bordo ha dovuto attendere 14 ore per essere soccorsa perché si trovava in acque maltesi e non italiane. Mettiamo allora insieme i tanti episodi simili a Cutro e poi guardiamoci negli occhi: le persone, a prescindere, vanno salvate o no?».