Politici arrestati, il legale del clan ai domiciliari: «Putortì al servizio del boss»

Secondo la Dda ebbe contatti con i membri della cosca Libri finalizzati a portare all’esterno i messaggi del capomafia Caridi rinchiuso in cella. Con lui parlava in codice di affari e nuovi equilibri criminali

di Consolato Minniti
1 agosto 2019
16:38
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L’avvocato Putortì
L’avvocato Putortì

«L’avvocato Putortì ha strumentalizzato la propria funzione di legale prestandosi in modo sistematico a veicolare messaggi riservati da girare in favore della signora Caridi e del fido Pellicanò» e quindi in favore della cosca Libri.

È particolarmente netto il gip Armoleo nel tratteggiare il comportamento dell’avvocato Giuseppe Putortì, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari nell’inchiesta “Libro nero”. Non si tratta del primo guaio giudiziario per l’avvocato Putortì, già coinvolto nell’inchiesta “Rifiuti 2”, dove, dopo una prima condanna in primo grado era stato assolto in Appello. Ma in questo caso gli elementi, a giudizio del giudice, sono abbastanza evidenti.

 

I contatti con quelli della cosca

Il gip evidenzia gli «innumerevoli contatti telefonici e quelli inter praesentes intercorsi fra il legale e la longa manus del boss di San Giorgio Extra, Saverio Pellicanò». Ne viene fuori un rapporto fortemente confidenziale – i due si rivolgono l’uno all’altro chiamandosi “compare bello” e si danno del “tu” – con un linguaggio criptico che cela la ragione dei loro incontri: «Decifrare le direttive impartite dal carcere dal Caridi – annota il gip – per la vitalità del sodalizio – nel corso di veri e propri summit alla presenza di Rosa Libri». Altra circostanza che viene evidenziata è come gli incontri avvengano sempre dopo i colloqui in carcere fra detenuto e difensore. Lo dimostrerebbe la conversazione del 6 marzo 2013, nel corso della quale Pellicanò comunica a Putortì di aver sentito la signora Caridi e di aver appreso che il boss ha mandato a dire “cose grandi, cose meravigliose”.

Vengono posti in luce anche gli incontri con il fantomatico cliente (ritenuto essere l’avvocato Putortì) avvenuti alla presenza di Rosa Libri nello show room “Centro ceramiche”, ma anche l’episodio dell’aprile 2013, quando vi erano insistenti richieste da parte di Nino Caridi, di incontrare il difensore. Ed è Rosa Libri a richiamare l’attenzione dell’avvocato riferendo che il cognato Bruno Caridi «ha chiesto di te». Poco dopo, l’avvocato avvisa la donna di aver fatto colloqui “con tutti”.

I colloqui in carcere

Ed il contenuto delle conversazioni fra l’avvocato Putortì e il suo assistito svelano argomentazioni tutte inerenti logiche criminali, nuove alleanze e interessi economici della cosca. Emblematico in questo senso è il colloqui del 23 maggio 2013, quando Putortì è nel carcere di Reggio Calabria. I due, a giudizio della Dda, disquisiscono di logiche criminali. Caridi fa un riferimento criptico a “Vanderbruc” e “Putan”, nomi che Putortì dimostra di conoscere bene – infatti risponde «ah, è che non lo vedo» – ed abbina a logiche spartitorie di proventi illeciti. Ecco uno stralcio della conversazione.

Caridi: «Ma dimmi una cosa chi è che… inc… ah?»

Putortì: «Non dividono niente!»

Caridi: «Non è che gliel’ha dati a Putan, che Putan ha i contatti lì, con, con i colonnelli là, vicini a lui»

Putortì: «Non dividono niente, quanto prima dobbiamo vedere»

Caridi: «Putan ha i contatti vicini a loro … inc… che discorsi sono, che arrivino e fanno, voglio fare una soluzione politica, si siedono…»

Putortì il “postino”

Vengono poi in rilievo altre discussioni riguardanti business dell’oro e altre speculazioni finanziarie. Insomma, secondo quanto ricostruito dalla Dda, l’avvocato Putortì faceva il ruolo di “postino” per conto della cosca. Tanto sarebbero consapevoli i membri della cosca Libri che, dopo l’arresto dell’avvocato nel mese di Luglio 2014, Nino Caridi avverte la moglie di non parlare al telefono con l’avvocato. Il boss sembra addirittura contento per quanto accaduto al difensore, ma realizza di aver perso il suo postino di fiducia. Il ruolo dell’avvocato viene chiarito, a giudizio del gip, anche dall’imbasciata che Nino Caridi invia a Pellicanò, tramite la moglie, in cui implora «in ginocchio» di «mandargli Giuseppe Putortì» dopo la sua scarcerazione. Ma l’avvocato, pur recandosi dal suo assistito, ha un atteggiamento nuovo. Marca le distanze, non dà più del tu al boss di San Giorgio Extra, non ci sono atteggiamenti confidenziali, non si parla di affari della cosca. E quando si discute di soldi, l’avvocato afferma che «uno deve essere pagato per il lavoro che fa… che questo non gli interessa e che spera solo che applicano questo continuato anche per una soddisfazione personale». Caridi, parlando con la moglie successivamente, si mostra stupito e divertito della “scena” fatta da Putortì ed evidenzia il suo repentino cambiamento di rotta.

 

Da ultimo emerge anche la rivelazione dell’ottobre 2013. Fu Putortì, secondo la Dda, a svelare a Pellicanò l’esistenza di una microspia ed un sistema gps, con tanto di raccomandazione: «non salire sulla macchina che ha il coso… nella macchina ha un bel malloppo».

 

Tutti elementi ritenuti gravemente indizianti da parte del gip.

 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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