Con un emendamento al Dl Elezioni in discussione al Senato vorrebbe eliminare il secondo per i comuni sopra i 15mila abitanti e adottare un sistema simile alle regionali: vince chi al primo turno supera il 40% dei voti
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Il sindaco uscente Flavio Stasi, Pasqualina Straface e Domenico Piattello in corsa per la fascia tricolore
Era il 23 aprile del 1993 quando l’allora Pds presentò la legge relativa all’elezione diretta dei sindaci. Primo firmatario era l’allora leader del partito, Achille Occhetto, ma sul testo di legge c’erano le firme dei massimi esponenti del partito da D’Alema a Violante fino ad arrivare a Rodotà.
Nel suo discorso in aula, Occhetto, disse che il vecchio sistema era da buttare poiché, fra le altre cose, «viene esaltato il potere di contrattazione di quel solo consigliere su cui si reggono incerte e precarie maggioranze, affidando così un potere di condizionamento a ciascuno dei consiglieri di maggioranza». Fu una rivoluzione che diede maggiore stabilità ai sindaci e soprattutto grande popolarità ai primi cittadini nel Paese, tanto che dopo qualche tempo si iniziò a parlare del “partito dei sindaci”. Quelle elezioni furono centrali per il sistema politico italiano perché sdoganarono i post fascisti con Gianfranco Fini del Msi che si candidò sindaco a Roma.
Adesso, dopo oltre trent’anni, c’è chi vorrebbe cambiare quella legge. È il centrodestra che sulle amministrative soffre non solo in Calabria, ma in tutto il Paese. Per questo sta pensando ad un cambio regole. Nel mirino c’è in particolare il turno di ballottaggio. Così qualche giorno fa i partiti di maggioranza hanno depositato un emendamento al decreto-legge “Elezioni” in esame alla commissione Affari costituzionali del Senato. È un decreto che riguarda il turno elettorale del 25 e 26 maggio prossimi, che prevede appunto il ballottaggio l’8 e 9 giugno seguente. La destra vuole invece che sia eletto sindaco al primo turno chiunque ottenga almeno il 40 per cento dei voti. Un sistema, quindi, simile a quello delle Regionali che si svolge su un unico turno, con premio di maggioranza per chi va oltre il 40%.
Diciamo subito che il turno di ballottaggio è presente soprattutto in Italia. In Francia ad esempio il doppio turno è previsto per le elezioni presidenziali, mentre per i Municipi c’è il sistema proporzionale secco con un premio di maggioranza. Per quelli fino ai 1000 abitanti sono previste invece le liste bloccate. In Spagna, invece, il sindaco viene eletto non dai cittadini ma dai consiglieri comunali. In caso di parità di voti fra i consiglieri è previsto un meccanismo di sorteggio. In Inghilterra i sindaci non hanno lo stesso ruolo che in altri paesi europei ed alcuni hanno una funzione solo cerimoniale.
Questi sono solo alcuni esempi che sembrano dimostrare quasi l’inutilità del turno di ballottaggio.
«I cittadini si sono già espressi una volta, non capiscono perché devono essere costretti a tornare ai seggi dopo due settimane. Così non vince chi ha il consenso ma chi ha più capacità di mobilitazione degli iscritti e dei simpatizzanti», ha dichiarato al Corriere della Sera Roberto Calderoli, ministro per gli Affari Regionali, padre dell’autonomia differenziata. Lui vorrebbe non solo abolire il ballottaggio, ma soprattutto il voto disgiunto (la possibilità di votare il sindaco di una coalizione e un consigliere di un’altra) che crea il fenomeno conosciuto come “anatra zoppa” ovvero un sindaco che non ha la maggioranza precostituita in consiglio come recentemente accaduto a Catanzaro al sindaco Nicola Fiorita.
Il problema del ballottaggio riguarda però la partecipazione e la vera democrazia del voto. L’astensionismo è in aumento evidente e non siamo così certi che quello delle regionali è il sistema elettorale migliore possibile. In Calabria dal 2014 ad oggi l’affluenza alle urne si è cristallizzata al 44%, quindi meno della metà dei calabresi sceglie il proprio presidente. Oliverio nel 2014 ottenne il 61% dei voti; Jole Santelli il 55,2 e Roberto Occhiuto il 54,6. Con questo sistema, quindi, è davvero una piccola minoranza degli aventi diritto al voto che sceglie chi governa.
Certo non è detto che il turno di ballottaggio aumenti la partecipazione, ma certamente non la limita.
Il vero problema è che il centrodestra vorrebbe introdurre questa riforma con un emendamento al Dl elezioni che normalmente è un decreto regolamentare con cui si disciplina la modalità di svolgimento delle elezioni (giorni, orari, numeri di seggi ecc.). Come abbiamo detto all’inizio la riforma del 1993 avvenne su una proposta di legge di rango costituzionale. Su questo per ora si stanno concentrando le critiche dell’opposizione, oltre che sulla tempistica visto che si vogliono cambiare le regole a ridosso delle elezioni. «Vogliono fare una riforma costituzionale mascherata con un emendamento a un decreto: una roba che neanche in Ungheria», ha commentato il senatore del Pd Dario Parrini.
«Si vogliono eleggere così sindaci di minoranza, votati da meno della metà dei cittadini, indebolendo una figura istituzionale come il sindaco, che in tutto il Paese rappresenta un presidio di democrazia rispettato e spesso anche amato dalle comunità locali», ha invece scritto su “X” il senatore di ItaliaViva Ivan Scalfarotto
Vedremo se il centrodestra farà marcia indietro. Per ora è probabile, ma nel lungo periodo sembra difficile, basta leggere i firmatari dell’emendamento che sono pezzi da novanta del centrodestra come i capigruppo di maggioranza: Lucio Malan di Fratelli d’Italia, Massimiliano Romeo della Lega e Maurizio Gasparri di Forza Italia. Certo sembra improbabile che la riforma, che non incontra il favore del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, venga applicata già in questo turno delle amministrative.