Fabiola ha 50 anni e un tumore al colon, Fortunata di anni ne ha 84 e un tumore alla vescica. Entrambe in cura al presidio Ciaccio-de Lellis dell’azienda ospedaliera Dulbecco di Catanzaro hanno atteso tutta la mattinata, con grande pazienza, per sapere se avrebbero potuto eseguire o meno la chemioterapia. Non la prima volta che accade, da diverse settimane infatti il copione si ripete: il trattamento messo a rischio dall’assenza di specifici dispositivi medici per l’infusione del medicinale.

L’ago di Huber

Si tratta di un ago molto particolare, l’ago di Huber, impiegato contestualmente al port-a-cath, un dispositivo che consente l’accesso venoso in maniera permanente e largamente utilizzato per i trattamenti oncologici nei pazienti sottoposti per lunghi periodi all’infusione di farmaci. Quindi, chemioterapia, immunoterapia e prelievi.

Aghi… col contagocce

Sebbene Fortunata abbia subìto un piccolo intervento chirurgico per l’inserimento del port-a-cath, questa mattina la chemioterapia ha dovuto farla con metodo classico: ago in vena perché da qualche tempo l’azienda ospedaliera non riesce a fornire un adeguato numero di aghi di Huber, non per tutti i pazienti che quotidianamente eseguono i trattamenti oncologici.

Trattamenti precari

«Bucherellano il braccio del malato finché non prendono la vena» sintetizza in maniera brutale ma efficace il marito di Katia. La donna ha accompagnato questa mattina la madre Fortunata da Tiriolo a Catanzaro per sottoporla a chemioterapia. «Dopo i prelievi le hanno lasciato la cannula nel braccio perché nemmeno i sanitari sapevano se gli aghi sarebbero arrivati o meno» racconta Katia.

Fornitura insoddisfacente

«Chi ci ha detto che sarebbero dovuti arrivare da Lamezia Terme, chi dal Pugliese, ma non è la prima volta che accade. È già accaduto due lunedì fa e per le difficoltà di trovare la vena nel braccio di mia madre alla fine l’accesso l’hanno fatto attraverso la mano. È molto pericoloso perché il farmaco potrebbe anche andare fuori vena».

Il calvario dei pazienti oncologici

«È un fatto deplorevole» commenta il marito di Katia. «Già i malati oncologici hanno i loro problemi e sono persone fragili, non è giusto che sopportino anche tutto questo». Così i pochi dispositivi giunti questa mattina al presidio ospedaliero sono stati forniti ad un numero selezionato di pazienti, ovvero coloro i quali devono continuare l’infusione del farmaco per 48 ore, e al termine della terapia tornano a casa con una “bottiglietta”.

Una mattinata in attesa

«È una vera e propria bottiglietta che consente di continuare il trattamento anche da casa» racconta Fabiola, giunta di buon mattino (alle 6) al presidio ospedaliero per fare il trattamento ma senza in effetti sapere se avrebbe potuto farlo, dopo aver appreso che di aghi non c’era traccia. Ci è riuscita solo alle 13.30, quando il presidio è finalmente giunto ma in numero assai esiguo. «Senza ago non avrei potuto fare la terapia» ci spiega Fabiola elencando le trafile burocratiche a cui i pazienti oncologici sono sottoposti, non bastasse la malattia.

Prenotare una tac

«Prenotare una semplice tac è diventata una avventura» racconta. «Fino a qualche tempo fa noi pazienti oncologici potevamo usufruire di un percorso dedicato, accedendo prioritariamente al cup. Adesso non è più così, finiamo nelle liste d’attesa sforando i tempi per eseguire gli esami di controllo».

Caos prenotazioni

E poi il caos nei sistemi di prenotazione: «Stamattina dovevo regolarizzare la ricetta, all’accettazione mi hanno detto di prendere il numero con un codice. Arrivata poi al reparto oncologico, dopo aver fatto la fila, mi hanno comunicato che non andava bene ma avrei dovuto prendere il numero con un codice differente».

Insomma, una mattinata a fare la spola dai totem: «Tre, quattro ore di attesa perché non ci sono linee guida definite. L’accettazione ha direttive diverse da quelle dell’oncologia. Non abbiamo le giuste informazioni».