Il processo inquisitorio contro Gerard Depardieu, processo figlio di una cultura volutamente oscurantista che ambisce alla divisione totale tra i sessi, è iniziato. La società digitale attuale, basata su valori esclusivamente di consumo, di controllo assoluto e di auto-mortificazione di qualsiasi desiderio, non ammette personaggi come Deperdieu, perché non li riesce ad inserire nei suoi oliati ingranaggi di annebbiamento dell’essere umano. Ma un uomo che non desidera, è un uomo che, a parte consumare e scrollare reel su uno smartphone, non vive più; privata del desiderio e della fantasia, l’anima dell’uomo moderno diventa, così, un giardino grigio, dove la passione scompare in sale dalle pareti bianche, iper razionali, e senza ardore, ma volute dal terrorismo digitale. L’uomo moderno, che abita questa realtà, continuamente alterata dalle numerose applicazioni virtuali, assomiglia sempre di più ad una applicazione egli stesso, non incrocia più lo sguardo di una donna, ha paura a formulare anche un pensiero che non si sottomesso all’ordine dominante. Nel deserto della vita governata da una app, non si riflette più. Si arriva anche a perdere l’ironia, l’allegria, la voglia di passare del tempo con gli altri. Naturalmente non si vuole entrare nel merito delle questioni giudiziarie, e Deperdieu non è certo un santo, è un uomo a tratti rozzo, volgare, eccessivo, ma proprio per questo è un grande personaggio. Chi non osa, chi non ha dentro un ardore di eccesso e di ribellione alla mediocrità, non può essere un grande artista.

Se volete vedere un attore al suo massimo splendore, andate a rivedere “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore, perché in quella pellicola l’attore francese recita in un modo sublime. A metà tra la mistica teatrale, ed il linguaggio del cinema, in quel film, ogni frame, ogni movimento, ogni battuta sono una poetica che raccontano un uomo vero che si confronta con la propria morte. In questo particolare cinema introspettivo, si assiste ad un rituale autentico, a una forma d’arte ormai considerata scomoda, proprio perché manca il solito supereroe che riscatta un mondo ormai in rovina, o il consueto ragionamento inclusivo che, paradossalmente, esclude. Nel cinema contemporaneo, l’arte muore nei luoghi di produzione che assomigliano sempre di più a cliniche di controllo del pensiero, dove la passione sembra essersi perduta. Gli attori, i cui volti vengono alterati dalle intelligenze artificiali, recitano davanti pannelli blu, che verranno riempiti di paesaggi inumani, senza vita, roba da consumare e buttare via, proprio come le pellicole sui super eroi. Ma ancora un altro mondo è possibile, e solo personaggi come Depardieu possono preservarlo. I brigatisti un tempo affermavano che la rivoluzione non si dovesse processare; oggi si potrebbe dire che l’arte, come la libertà individuale, non si dovrebbero mortificare, sia nel nome del consumo a tutti costi, che nel nome del politicamente corretto, che attraverso movimenti culturali neo inquisitori, come #MeToo, mettono le briglie alla passione, e ambiscono a cancellare desiderio, eccesso ed ironia dal mondo. Una società senza eccessi, assomiglia molto di più ad un deserto, che ad un mondo che merita di essere vissuto. Inoltre il proliferare di questi gruppi di interesse tardo consumistici, non solo non ha a niente a che vedere con la violenza di genere, ma riproduce proprio quel modello patriarcale che questi ideali vorrebbero combattere, riproponendolo al contrario. In questa ottica, il movimento #MeToo, pur avendo, almeno inizialmente, avuto un impatto significativo nella denuncia di abusi sistemici, è stato interpretato, da pensatori come Žižek, alla stregua di un fenomeno che rischia di trasformarsi in un nuovo puritanesimo, in una forma di disciplinamento sociale che reprime il gioco delle pulsioni e inaridisce il terreno su cui nasce il desiderio. La seduzione, infatti, vive di ambiguità, di non detto, di un eccesso che non può essere del tutto codificato senza perdere la sua stessa essenza. Se ogni manifestazione di desiderio viene regolata da protocolli rigidi, il rischio è quello di un mondo in cui l’altro diventa un semplice oggetto con cui interagire secondo procedure prestabilite, anziché un mistero da scoprire.