A Francesco, il protagonista di Salvo il battesimo, romanzo che Nino Dramis pubblicò per Feltrinelli nel 1959, viene a più riprese attribuita la facoltà di avere politica, intesa in un'accezione singolare, ma fondamentalmente positiva. All'industrioso contadino di San Giorgio Albanese, paese calabrese situato sul versante settentrionale della Sila Greca in cui lo stesso Dramis, fratello del bravo poeta Aldo, nacque nel 1928, vengono riconosciute doti di sensibilità, intelligenza emotiva e abilità nel gestire le dinamiche umane, tali da sollevare gli animi delle persone che gli stanno intorno.

Chi ha politica sa come muoversi nelle situazioni difficili, evitare conflitti e sostenere gli altri, soprattutto da un punto di vista emotivo. Essere abili nel mantenere un clima sereno, sollevare lo spirito delle persone e alleviare malinconia o tensioni sono certamente caratteristiche apprezzabili. Tuttavia, come molte qualità, la loro valutazione dipende dal modo e dal contesto in cui vengono esercitate: in certi casi, infatti, avere politica può essere visto come un comportamento opportunistico, se tale disposizione viene usata per manipolare gli altri o per ottenere vantaggi personali.

Nel romanzo di Dramis, la sola opera che egli volle pubblicare, il tono dell'espressione è positivo, associato a diplomazia, comprensione, presenza di spirito, tutte qualità che fanno di Francesco un buon partito: «Deve parlare sempre, però come cuore e come lavoro – assicura sua madre, discorrendo con la futura consuocera – non lo trovi un altro». Francesco, dunque, è industrioso, volenteroso, ma «un po' maledetto», proprio per quella attitudine a raccontare storie che, suffragate dalla “politica”, dispongono i suoi interlocutori ad aprirsi, a rinunciare alla malinconia che nasce, talvolta improvvisamente, quando la differenza che separa l'uno dall'altro pesa più di quanto ci si aspetti.

Francesco, trovando le risposte, matura prima degli altri il modo giusto per far fronte alle difficoltà di un tempo, quello del secondo dopo guerra, pieno di miserie e soprusi, ai quali trova la forza di opporsi, o quanto meno di far fronte, con questa idea di politica che cessa di essere furbizia, tendenza a vedere il mondo senza sfumature, per rivelarsi, invece, capacità di aprirsi al dialogo, di comprendersi, di condividere un percorso o un pensiero senza paura. La sua è, insomma, una facoltà slegata dalla ricerca ossessiva del consenso: ci appartiene ancora?