Rappresenta un atto di devozione nei confronti del santo protettore del comune del lametino. Evento unico nel suo genere, rievoca la pietanza preparata dai frati minimi per i viandanti
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Il cibo c’è, e anche in abbondanza, ma lo scopo non è la convivialità. La gente accorre numerosa dal comprensorio ma lo scopo non è lo svago. «Non è una sagra», mette immediatamente in chiaro Domenico Colelli, cuciniere da trent’anni. «Ho preso il posto di mio padre» implicitamente rievocando la verticalità di una cerimonia fatta dagli uomini per gli uomini, ma in cui l’uomo è solo una comparsa. Temporanea.
La fugacità del suo passaggio trova ristoro in un rito in cui la prassi sospende il tempo. A Maida oggi nulla è cambiato da quando San Francesco di Paola era ancora in vita e nel suo convento era solito offrire una minestra di ceci ai viandanti. Così vuole la tradizione. I viandanti adesso non ci sono più e nemmeno i monaci nel convento, ma la “festa della carità” è rimasta come simbolo di devozione al santo e occasione di trascendenza per la sua comunità.
L’1 e il 2 aprile Maida compie un salto nel tempo, come se non fosse mai trascorso. I cucinieri, novelli monaci, preparano la pietanza per i maidesi, non più viandanti. La minestra oggi è arricchita dalla pasta “mista”. Le ragioni risiedono nelle modalità di organizzazione dell’evento, unico nel suo genere. Di casa in casa si raccolgono le offerte e ciascuno dona ciò che può: diversi formati di pasta e passata di pomodoro.
Il risultato è imponente: 540 chili di pasta, 220 chili di ceci e tre quintali circa di passata di pomodoro. A mezzanotte in punto si accendono le coddare, preceduta dalla processione dell’effige del santo per il paese. I ceci vengono messi a mollo: dovranno essere pronti per mezzogiorno del giorno successivo. La benedizione e poi la spartizione della ciciariata.
Così è nota a Maida la festa che sagra non è ma un atto di devozione nei confronti di San Francesco di Paola, santo protettore del comune del lametino. «Ho iniziato nel 1993, 1994. Avevo 15 anni» racconta Domenico Colelli, presidente del comitato che così spiega le ragioni di un impegno che va avanti da trent’anni.
«Ogni maidese è fortemente legato alla festa. Mio padre faceva parte dei cucinieri, io ho preso il suo posto». Quasi un destino, oggi Domenico cucina per la gente del posto con la benevolenza di San Francesco. «Per me è un atto di devozione», mai un divertimento. «Quest’anno per la prima volta la ciciariata è stata proposta in forma ridotta al santuario di Paola. Per noi è un motivo di orgoglio».