Il presidente dell’associazione degli industriali affronta anche la questione relativa all’obbligo per le aziende di stipulare polizze per i danni causati da calamità naturali: «Non possiamo accettare che si trasformi in una tassa aggiuntiva senza un parallelo impegno dello Stato nella messa in sicurezza del territorio»
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La guerra commerciale annunciata da Donald Trump, rischia di avere conseguenze devastanti per l'economia europea in generale, e in particolare per i territori depressi come la Calabria. Secondo la recente analisi realizzata dall'ufficio studi della Cgia, le tariffe americane potrebbero colpire in particolare le esportazione nelle regioni del Mezzogiorno, quei territori dove la dimensione economica dell’export è fortemente condizionata da pochi settori merceologici.
Secondo la Cgia le regioni più a rischio per una eventuale entrata in vigore dei dazi sarebbero Sardegna, Molise e Sicilia. In particolare la regione che a livello nazionale presenta l’indice di diversificazione peggiore è la Sardegna (95,6%), dove domina l’export dei prodotti derivanti della raffinazione del petrolio. Seguono il Molise (86,9%), caratterizzato da un peso particolarmente elevato della vendita dei prodotti chimici/materie plastiche e gomma, autoveicoli e prodotti da forno, e la Sicilia (85%), che presenta una forte vocazione nella raffinazione dei prodotti petroliferi. Ma in quale misura i dazi rischiano di incidere anche sull'economia calabrese? Quali sarebbero le conseguenze per le imprese e cittadini? Lo abbiamo chiesto ad Aldo Ferrara presidente di Unindustria Calabria.
«C’è da dire che, rispetto a qualche settimana fa, gli ulteriori ed estesi dazi annunciati dal presidente americano Donald Trump - dichiara Ferrara a LaC News24 - non fanno altro che peggiorare un quadro d’insieme che già era preoccupante. Già settimane fa, infatti, era innegabile la preoccupazione, specialmente per alcuni settori produttivi calabresi che hanno iniziato a sviluppare rapporti commerciali significativi con gli Stati Uniti. Penso, ad esempio, al comparto agroalimentare e alle produzioni connesse direttamente alle eccellenze in questo settore. Così com’è innegabile che negli Stati Uniti ci sia un mercato in cui gli emigrati di prima, seconda o terza generazione hanno un rapporto ancora forte con le proprie radici e ciò vale anche per i calabresi d’origine. Questi, quindi, rappresentando un target certamente significativo per le nostre produzioni agroalimentari».
E rispetto all'export quali sono i rischi per le imprese calabresi?
«Pur considerando che, sul complessivo dell’export nazionale la Calabria non pesa in maniera significativa, c’è apprensione per il percorso di crescita dell’export calabrese che da qualche anno a questa parte si era innestato e che con i dazi rischia di rallentare significativamente. Ma la mia preoccupazione è orientata più in generale al sistema-Paese».
Si spieghi meglio.
«Gli scontri sui dazi si stanno già spostando dai mercati reali ai mercati finanziari mondiali con i rischi che i riflessi diretti sull’intera economia mondiale riguardino tutti i settori e tutti i Paesi dando luogo a un sensibile rallentamento economico globale. È in un’ottica sovranazionale, allora, che le contromisure ai dazi dovranno essere definite. Perché i sistemi economici dei singoli Paesi europei non possono reggere autonomamente all’onda d’urto di politiche macroeconomiche protezioniste così ampie e dalle dinamiche estremamente complesse. Auspico quindi un rafforzamento dei rapporti tra Stati membri dell’Unione perché l’isolamento dei singoli indebolisce tutti».
Assicurazione per le calamità naturali
C'è un altra questione che interessa le aziende da Nord a Sud del Paese. Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che rinvia, per alcune categorie di imprese, l’obbligo di stipulare contratti assicurativi a copertura dei danni direttamente cagionati da calamità naturali ed eventi catastrofali. L'obbligo di stipula delle cosiddette polizze Cat Nat, in precedenza era stato prorogato al 31 marzo 2025. Il termine è stato differito al 1° ottobre 2025 per le medie imprese; al 1° gennaio 2026 per le piccole e micro imprese. Per le grandi imprese l’obbligo di assicurarsi rimane fermo al 1° aprile, ma per tali soggetti, non si tiene conto, per ulteriori 90 giorni, dell’eventuale inadempimento dell’obbligo di assicurazione nell’assegnazione di contributi, sovvenzioni o agevolazioni di carattere finanziario a valere su risorse pubbliche, anche con riferimento a quelle previste in occasione di eventi calamitosi e catastrofali.
Presidente Ferrara, quella che le associazioni di categoria hanno definito "una nuova tassa mascherata" non è entrata in vigore ma il salasso per le aziende sembra solo rimandato. Che ne pensa?
«Lo abbiamo detto più volte a livello nazionale: l’obbligo di stipulare polizze contro le calamità naturali pone molte criticità per le imprese. Intanto, già il fatto che si tratti di un “obbligo” non è un fattore positivo per le imprese, anzi tutt’altro. E poi il decreto attuativo è stato pubblicato senza un adeguato confronto con le associazioni di categoria e lascia aperti troppi interrogativi sulla sua applicazione. Il rischio è che, soprattutto nella fase iniziale, le aziende si trovino a pagare premi assicurativi molto elevati, anche decine di migliaia di euro, specialmente se operano in territori ad alto rischio. Non possiamo accettare che questo obbligo si trasformi in una tassa aggiuntiva sulle imprese, senza un parallelo impegno dello Stato nella prevenzione e nella messa in sicurezza del territorio. Comprendiamo e certamente condividiamo l’idea di base della norma, che punta a garantire la mutualità e a ridurre gli oneri pubblici in caso di calamità, ma servono regole più chiare.
Un altro punto critico è l’accesso agli incentivi pubblici. Non è accettabile che le imprese prive di copertura assicurativa possano essere escluse da agevolazioni fiscali e contributive. Inoltre, chiediamo che il gettito fiscale derivante dalle polizze venga destinato alla messa in sicurezza del territorio, per evitare che i costi del rischio idrogeologico ricadano esclusivamente sulle aziende. Non siamo contrari al principio della mutualità, ma vogliamo regole trasparenti e sostenibili. Senza risposte chiare, il rischio è un impatto devastante sul sistema produttivo, soprattutto per le Pmi. L’auspicio è che il rinvio tecnico deciso possa essere utilizzato adeguatamente per un confronto serio che eviti le conseguenze dannose della misura per le imprese e l’economia del Paese»