La Calabria molto Slow e sempre più Food di Nicola Fiorita

All'indomani dell'uscita della Guida delle osterie 2019 di cui è coordinatore, lo scrittore e intellettuale calabrese parla delle sue passioni e spiega come sono cresciute l'agricoltura, la gastronomia e l'enologia regionale

di Monica La Torre
7 ottobre 2019
13:18
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Vivir para contarla, Vivere per raccontarla, è il titolo dell’opera definitiva di Gabo Marquez, ma è anche la sintesi perfetta della “missione” squisitamente calabrese di Nicola Fiorita. Scrittore, professore, intellettuale e soprattutto cantore di cibi, uomini, terre e stagioni, che racconta come pochi altri sanno fare. Il suo ruolo apicale nel movimento Slow Food, dove milita da decenni, è stato determinante, per sdoganare definitivamente l’enogastronomia regionale dai retaggi di una comunicazione superficiale e sin troppo pesante. E proprio la narrazione “alla Fiorita” ha trasformato un professore universitario attivo in Toscana, nel cantore, nell’aedo del nostro genius loci. Che lo ha richiamato in patria come una sirena, e lo ha portato a riscoprire nobiltà ed origini, poesia e dolcezze, preziosità e ricchezze del prodotto calabrese.

Il morzello... letterario!

“Il morzello di Nancy Harena”, volume scritto a più mani con il collettivo Lou Palanca, che fa del piatto tipico catanzarese il motore primo di un affresco fatto di ricette, tradizioni, cultura e bellezza, ha dato forza e nobiltà alla vulgata della tradizione enogastronomica regionale più di molte, costosissime, autoreferenziali promozioni istituzionali. Per questo, a Fiorita va attribuito il merito di averci visto giusto, di aver visto lungo, di aver scommesso – ed aver vinto – nel voler raccontare la Calabria partendo dalla terra, dal prodotto, dal piatto… e dalle genti.

Terre di Calabria, terre di Toscana

Sarà stata la lunga esperienza di vita toscana, il cui approccio ai cibi ed ai vini fa scuola dai tempi della Bolgheri di Carducci: saranno stati gli studi, la sensibilità sociale, oltreché letteraria. O forse, il sentirsi uomo di sinistra, vicino alla terra e a chi la lavora: fatto sta che se Slow Food è stato il primo movimento a restituirci l’immagine brillante ed affascinante, preziosa ed attrattiva della regione e dei suoi prodotti, quelli che oggi tutti cercano, rincorrono e bramano, ma ieri snobbavano (ad iniziare dalla 'nduja) è anche merito suo. E gli va riconosciuto.

Vivir para contarla… La Calabria

Una biografia segnata da almeno tre fattori. Il primo, la passione per il cibo e per le sue storie. Il secondo, la tensione etica. Il terzo, il talento della narrazione: un cocktail che fa della biografia di Fiorita, oggi 50enne, professore associato Unical di diritto e religioni al dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, rientrato in Calabria dopo aver insegnato per molti anni presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'università di Firenze, già presidente regionale di Slow Food ed oggi referente per la Guida delle Osterie, un affresco preciso, uno spaccato della “mejio gioventù” calabrese.

La Calabria Slow

Partito dalla regione a 18 anni, e tornato nel 2010 dopo un’esperienza di vita e di studio che lo ha portato ad indagare la sua terra con occhi diversi, oggi continua a raccontarla con l’approccio del movimento. «Ho conosciuto alla Calabria anche grazie a Slow Food e ai libri dei Lou Palanca – confessa -. Forte di questa visione etica ed olistica ho capito, e cercato di far capire, quanto sia importante in una regione come la nostra ragionare su chi c’è dietro al cibo, su chi produce, sul fatto che sia o meno un soggetto pulito, appoggiando chi opera in terreni confiscati alla ndrangheta, e rigettando il consumo di marchi che sono espressione di dinamiche inaccettabili».
Il cibo e l'etica

E ancora: «Slow Food guarda, certamente, al cibo e convivialità, vuole valorizzare la cucina, i prodotti, il territorio: ma lo fa privilegiando la visione valoriale e politica. Nel cibo c'è economia, c’è etica, c’è cultura e c’è il sociale. Slow Food è proprio questo: l’emanazione collettiva di un sentire attento, un modo di stare nel presente critico e pragmatico al tempo stesso. Non a caso, dopo anni di militanza nel movimento ho deciso di candidarmi come sindaco di Catanzaro alle ultime elezioni, ed oggi siedo in consiglio comunale».

Le storie, quelle belle

«In fondo, ciò che differenzia il nostro movimento dagli altri, è la voglia di raccontare storie, la ricerca di protagonisti con le mani sporche dadi terra da valorizzare. E questo approccio, nel corso della mia presidenza regionale, è sfociata nelle due edizioni del Salone del gusto 2014 e 2016: due eventi che hanno portato i prodotti di Calabria fuori dai confini abituali, hanno trasmesso un'idea completamente nuova della nostra biodiversità. Noi siamo stati bravi ad intercettare il momento dinamico che stavano vivendo il cibo ed il vino: penso ai Ciro Boys, penso ai giovani chef, alle donne del pane, al percorso di cantine storiche come Librandi o giovanissime come Spiriti Ebbri, anche al metodo classico calabrese. Eccellenze che abbiamo trasformato in storie, e che abbiamo raccontato all’Italia ed al mondo. Lo stesso, per i presidi a rischio di estinzione. Insomma, una bellissima esperienza. Tra l’altro, quell'anno, lo stand della Calabria è stato l'unico visitato da Mattarella, che ha riconosciuto e voluto premiare ufficialmente questa forte, fortissima tensione etica».

La guida delle Osterie

«Certo, tanto è ancora da fare. Ma il bello è proprio in questo: nel fatto che la Calabria è la regione dove convivono tradizione e modernizzazione, un giardino sul Mediterraneo che ancora non è stata raccontato, ancora sconosciuto ai più. Oggi mi occupo della guida delle osterie di Slow Food, e coordino il gruppo di lavoro della Calabria. Dopo aver lasciato il testimone della presidenza regionale a Maurizio Rodighiero, mi dedico completamente ai grandi temi, quelli che da sempre animano l'agenda di Slow Food: la valorizzazione dei piccoli produttori, l’attenzione alle produzioni etiche, le osterie che custodiscono la nostra cultura gastronomica. I miei compagni di viaggio sono Angela Sposato, Alberto Carpino, Alessandra Molinaro, Domenico Mondella, Francesca Panebianco, Michelangelo D'Ambrosio, Emanuela Alvaro, Pierluigi Tavella». 

Si cambia, si cresce

«Da un paio d'anni, la guida è cambiata: non è più una semplice emanazione dell'associazione, un prodotto legato all'attività dei soci, ma un gruppo di valutazione, che si emancipa, che valuta i locali che continuino a prestare attenzione alla tradizione, al contesto, al prodotto, ma agiscono proiettati nel qui ed ora, nel 2020, con modernità».

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Monica La Torre
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  
Lacnews24.it
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