L’uomo che uccise Giovanni Falcone rivela: «Il boss Graviano incontrava Berlusconi»

Il pentito Brusca ai pm di Palermo: «Me lo riferì Matteo Messina Denaro parlando di orologi». Dichiarazioni importanti anche per il processo in corso a Reggio Calabria dove Graviano è imputato

di Consolato Minniti
16 dicembre 2018
13:07
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Pentito
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Il boss Giuseppe Graviano e Silvio Berlusconi si incontrarono. A sostenerlo è il pentito di Cosa Nostra, Giovanni Brusca, rispondendo alle domande del procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi e del procuratore aggiunto Marzia Sabella. Una rivelazione, quella dell’ex killer sanguinario, che potrebbe aprire scenari nuovi non solo in Sicilia, dove è in corso il processo sulla trattativa Stato-mafia, ma anche in Calabria, dove si sta celebrando il processo “’Ndrangheta stragista”.

Il racconto di Brusca

L’episodio, in apparenza secondario, in realtà potrebbe rappresentare un fatto di particolare rilievo nell’architrave dei processi in corso. Dell’incontro Brusca lo apprese nell’estate nel 1995, nel corso di un summit mafioso a Dattilo, nel Trapanese. Da poco tempo era finito in manette il successore di Riina, Leoluca Bagarella e si stava progettando il rapimento del figlio del magistrato Pietro Grasso. Oltre a Brusca, al summit erano presenti anche il superboss ancora latitante Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori e Nicola Di Trapani. Si parlava di orologi e proprio Messina Denaro disse a Brusca: «Giuseppe Graviano gliene ha visto uno al polso, orologio, a Berlusconi, che valeva 500milioni. E io lo guardai, dissi: ma perché, si vedono? Dice “sì”».

Le carenze della sentenza

Secondo quanto riportato dal Giornale di Sicilia, sarebbe stato lo stesso Brusca a chiedere ai magistrati di essere sentito. Essendo impegnato nella lettura delle motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-mafia, Brusca si sarebbe accorto di alcune lacune, dipendenti in parte anche dalle sue dichiarazioni non precise. Da qui la richiesta ai magistrati e quella precisazione a distanza di 22 anni: «Dopo che è stato arrestato Bagarella – spiega Brusca – io mi incontro finalmente con Matteo Messina Denaro e cominciamo un po’ a chiarire le circostanze, aveva chiesto l’autorizzazione a Antonio Madonia a volermi uccidere. Quindi fatto il chiarimento è finita tutta la discussione e io ho detto alla fine ma a che punto siete? E lui mi dice a zero, cioè non avevamo nessun tipo di contatto a risultato. Prepariamo per mangiare, e si parla del più e del meno, e si parla di orologi (…). Il discorso sull'orologio che valeva 500 milioni per me finì lì, perché le ho dato poco significato. Siccome io questo fatto penso di averlo detto, ho parlato abbondantemente di Dell'Utri e Berlusconi, ma nella sentenza non lo trovo scritto, citato». Insomma, Brusca non ha ritenuto quel dettaglio importante ma lo ha successivamente riferito ai magistrati in un passaggio apparentemente secondario. Ed invece, come si può facilmente immaginare, tale fatto potrebbe assumere un rilievo serio nel prosieguo del processo.

Le parole di Messina Denaro

Brusca ricorda che il boss Messina Denaro non gli disse né dove, né come o quando Graviano si fosse incontrato con Berlusconi. Queste le parole che Brusca riporta attribuendole a Messina Denaro: «“Giuseppe Graviano gli ha visto un orologio al polso di Berlusca, cioè di Berlusconi, che valeva 500 milioni” che Graviano era rimasto sconvolto. Siccome Graviano era uno che non badava a spese per orologi, abbigliamento, quindi si sarà sentito in difficoltà nei confronti di Berlusconi, tra virgolette. Non mi ha detto come, dove e quando si sono incontrati». «Io gli ho detto – ha spiegato Brusca – ma che era “tutto brillanti”? E fu una cosa così, molto veloce».

Le ricadute in Calabria

Ovvia l’importanza che una tale dichiarazione riveste per i processi siciliani, c’è da dire che la stessa potrebbe avere anche delle ricadute significative pure in Calabria. A Reggio, infatti, da molti anni il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo sta indagando sui rapporti fra Cosa nostra e ‘ndrangheta ed è in corso il processo che vede sul banco degli imputati proprio il boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone quali presunti mandanti degli agguati ai carabinieri, culminati con l’uccisione degli appuntati Fava e Garofalo. Un omicidio che viene inquadrato nella strategia stragista di Cosa nostra per convincere lo Stato a cedere di fronte alle richieste dei boss. E i numerosi pentiti che stanno sfilando hanno sostanzialmente confermato tutti lo stesso concetto: Cosa nostra aveva finito di appoggiare la Democrazia cristiana ed abbandonato anche i progetti autonomisti, perché nasceva un nuovo soggetto politico che avrebbe fatto da garante per i loro interessi. Quel soggetto era Forza Italia. Ed un ruolo di primo piano, come dimostra la stessa sentenza Stato-mafia, l’avrebbe avuto l’ex senatore Marcello Dell’Utri che avrebbe avuto i contatti diretti con i boss. Ora, però, si scopre che anche Silvio Berlusconi avrebbe incontrato direttamente il boss Giuseppe Graviano. Una rivelazione che potrebbe suscitare l’interesse del pm Lombardo, portando nel processo in corso questo ulteriore tassello.

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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