Nessun avviso dalla prefettura: impresa interdetta per mafia va a Expo 2015

Dall’inchiesta della Procura di Como che ha interessato anche la Calabria emergono i rapporti degli indagati con ambienti istituzionali da cui hanno tratto notizie riservate sulle indagini. Spicca la mancata comunicazione di una interdittiva antimafia per molto tempo. E dalle intercettazioni spunta la sete di vendetta verso i giudici: «Devi aver paura la sera quando vai casa»

di Consolato Minniti
8 ottobre 2019
15:02
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Expo 2015
Expo 2015

Potevano contare su alcuni importanti agganci istituzionali, alcune delle persone tratte in arresto nella giornata odierna nell’inchiesta che ha interessato la Lombardia e la Calabria per un giro vorticoso di fatture false con l’obiettivo di sfruttare in maniera strumentale delle cooperative portandole alla bancarotta

L’origine dell’indagine

All’origine dell’inchiesta vi sarebbe un complesso sistema di illecito arricchimento posto in essere dagli indagati, in cui spicca la competenza bancaria di Cesare Pravisano (ex funzionario di banca) e Massimiliano Ficarra (commercialista). Successivamente si sarebbe poi aggiunta anche la figura di Bruno De Benedetto, anche lui commercialista. Sono loro i principali indagati dell’inchiesta che hanno poi coinvolto un folto numero di soggetti, reperiti tra familiari, compagne/fidanzate, collaboratori. Alcuni hanno assolto il ruolo di prestanome, altri concorrenti nell’attività criminale. 

Secondo quanto appurato dagli investigatori vi sarebbe stato uno sfruttamento strumentale ed illecito di numerose cooperative e consorzi di cooperative. Queste venivano costituite senza che esistesse alcuna realtà mutualistica ed allo scopo di sfruttarne la manovalanza, senza rispettare obblighi fiscali e contributivi; le cooperative venivano così depauperate dell’intero patrimonio per poi essere abbandonate ad un inesorabile destino di fallimento. Al centro di tale sistema fraudolento vi era l’emissione di fatture false con cui ridurre drasticamente l’imponibile dei consorzi e/o delle società fatte figurare come committenti. 

I rapporti con ambienti istituzionali 

Gli investigatori hanno potuto constatare, dalle intercettazioni captate, come Ficarra e Pravisano potessero contare su relazioni con il mondo delle istituzioni: forze dell’ordine, appartenenti alla pubblica amministrazione. «L’attività investigativa – scrive il gip – ha dimostrato che gli indagati hanno protratto la loro attività criminosa sul territorio comasco per un periodo di quasi un decennio, ciò è stato reso possibile dal loro inserimento in una rete criminale, costituente un vero e proprio sistema di potere che è entrato in rapporto con altri poteri (economico, politico, imprenditoriale) instaurando rapporti e relazioni stabili di vicinanza e contiguità». 

Viene fatto cenno agli incarichi che Pravisano e Carugati hanno avuto nelle amministrazioni locali. Incarichi risalenti nel tempo, ma comunque ancora attivi. 

Le notizie riservate su indagini

C’è un’intercettazione che risale al 25 febbraio scorso e che dimostrerebbe come gli indagati potessero ottenere notizie coperte da segreto. La conversazione è fra Cesare Pravisano ed Agostino Dioguardi. Ad un certo punto del colloquio, Dioguardi afferma: «Dice che il magistrato di Gioia Tauro ha fatto la chiusura indagini con accusa di reato a carico della famiglia Giuffrida (fon) lì!». Pravisano replica: «Sperem! Ma sei sicuro?». E Dioguardi aggiunge: «Sì, arriva per via sicura questa eh! Da magistrato di Como amico della Alessandra … inc… per cui, più sicura di così non può essere». 

L’interdittiva mai comunicata e l’impresa ad Expo

Ma la vicenda che forse crea maggiore sconcerto è quella relativa alla Unico Milano srl, che, come annota il gip, «è sintomatica di relazioni “anomale”». La Prefettura di Milano, infatti, chiude l’istruttoria antimafia riguardante la Unico il 6 aprile del 2016, decretando l’interdizione. Tuttavia, il provvedimento interdittivo non viene comunicato né alla società interessata né al Comune di Milano. Ciò determina che, nei confronti di tale società, non venga esercita alcun potere di revoca, inibitorio e/o sanzionatorio con la conseguente protrazione delle commesse pubbliche sino al 23 maggio 2018. Solo dopo un articolo di stampa, gli uffici prefettizi si rendono conto della situazione e comunicano al Comune l’avvenuta interdittiva. 

Quale la conseguenza di tutti questi ritardi? Che la Unico Milano ha potuto continuare a svolgere attività di ristorazione sino all’adozione del provvedimento di revoca del titolo abilitativo adottato il 13 giugno del 2018, con istruttoria partita nel 2015; ma soprattutto la possibilità di partecipare alla gara pubblica per la concessione della locazione degli spazi all’interno di Expo 2015, per lo svolgimento di attività di ristorazione e di aggiudicarsela sottoscrivendo il contratto con la stazione appaltante. Da ultimo non è stata interessata da alcuna risoluzione del contratto per le clausole previste dal protocollo di legalità di Expo 2015, né ha avuto alcuna sanzione pecuniaria o apposita segnalazione all’autorità giudiziaria. Infine, non è arrivata neppure una segnalazione all’Anac. 

Insomma, un gran bel vantaggio per un’impresa che doveva risultare interdetta da diversi anni. 

La sete di vendetta

A giudizio del gip è possibile notare lo spessore criminale di alcuni degli indagati anche da intercettazioni che riguardano Cesare Pravisano e Agostino Dioguardi. Siamo nel marzo del 2019 e Dioguardi spiega all’amico: «Hai visto il processo alla ‘ndrangheta di Cantù? Gli han fatti arrivare tutti in aula né! Per intimidire il magistrato, di tutto di più, hanno ritrattato tutti! Su 18 testimoni hanno ritrattato tutti, e ma per forza! E allora!  Agostino “noo… non finisci dentro, fidati di me perché tanto fai come hanno fatto gli altri, vuoi mettermi dentro? Sì, ma mettimi per novant’anni perché il momento in cui esco sono cazzi tuoi, bello chiaro in faccia, toh! Quando uscirò prima o poi, poi son tutti cazzi tuoi e se non esco io incarico qualcun altro, ma lei mi sta minacciando? Certo che ti sto minacciando cazzo, devi aver paura la sera quando vai casa. Dio bono, devi aver paura la sera quando vai a casa».

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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