La cosca di Cirò Farao-Marincola aveva un accesso privilegiato all’interno dell’ospedale di Cariati grazie a un faccendiere che l’avrebbe “servita” per anni. Lo afferma il collaboratore di giustizia Francesco Farao, figlio del boss ergastolano Giuseppe Farao.

Il pentito, già nel 2018 racconta ai magistrati della Dda di Catanzaro, che la sua famiglia riusciva ad accedere a visite di controllo e specialistiche evitando liste d’attesa e fastidi burocratici. L’elenco di coloro che avrebbero ricevuto i favori del faccendiere è lungo, dal boss Giuseppe, a Silvio Farao e i figli Vittorio e Giuseppe. Senza contare gli accoscati come Giuseppe Spagnolo detto U Bandito. Lo stesso Francesco Farao è nato nell’ospedale di Cariati.

Le cose funzionavano così: quando la cosca aveva un problema di tipo sanitario chiamava un amico e questi intercedeva personalmente con i medici. Questo faccendiere non era un medico, aveva un’attività commerciale e poco tempo fa è deceduto. Eppure la sua presenza è stata di tale portata per la consorteria che la Dda di Catanzaro gli dedica all’argomento un intero capitolo nei brogliacci dell’inchiesta Boreas che ha portato all’arresto di 20 persone tra appartenenti e sodali della ‘ndrina di Cariati e del locale di Cirò.

Francesco Farao descrive il commerciante come legato alla cosca “Farao-Marincola” tanto da aiutare il clan anche ad incrementare le attività economiche a Cariati. Una sorta di mister Wolf che risolve problemi e che avrebbe permesso alla consorteria di insinuarsi all’interno del tessuto economico cariatese. Anche la struttura turistica voluta da uno dei Farao sarebbe sorta grazie alle intercessioni di mister Wolf che si sarebbe fatto referente imprenditoriale della cosca Farao-Marincola.

Il faccendiere avrebbe avuto – dice il collaboratore – un rapporto anche con Giorgio Greco, tratto in arresto martedì con l’accusa di essere il capo cosca di Cariati. Greco avrebbe invitato suo fratello a chiedere favori all’amico per trovare qualcuno che gli facesse la richiesta di assunzione per un lavoro, in modo da accedere a un regime detentivo più mite.
Benché non avessi ricevuto un “battesimo” di ‘ndrangheta, il faccendiere veniva considerato a tutti gli effetti un elemento di raccordo tra i clan di Cirò e di Cariati, punto di riferimento per Giuseppe Spagnolo su quel territorio.
Una figura “storica” che avrebbe, dunque, contribuito all’espandersi del potere criminale dei cirotani su tutto il comprensorio. Per tutti quelli vicini a lui era lo “Zio” e veniva messo a conoscenza di ogni problema su Cariati, racconta il collaboratore, ex killer della cosca Farao-Marincola, Gaetano Aloe.
Problemi con i pescatori di Cariati che non consegnavano tutto il pesce al Bandito? Si chiama lo “Zio”.
Serviva un gancio con i candidati politici? Interveniva lo “Zio”.
C’era una controversia da dirimere? Ca va sans dire…

“Zio” che però non doveva mai formalmente figurare accanto agli esponenti della cosca e che aveva a cuore il mantenere un profilo molto basso. Tanto che in una occasione, quando venne invitato in un locale dove si trovavano appartenenti ad ambienti criminali, redarguì pesantemente il proprio interlocutore: quando c’erano delinquenti lui non doveva essere chiamato. Il suo motto era: evitare tutti per non essere costretto a salutarli e a parlarci ed evitare così si esporsi a sguardi indiscreti.
Eppure il faccendiere, che era impegnato anche in politica, si definiva un uomo d’onore dalla caratura superiore a quella di Olindo e Alfonso Cosentino, oggi tratti in arresto perché considerati tra gli organizzatori dell’associazione mafiosa.