Autobomba a Limbadi, Gratteri: «La comunità si ribelli al dominio mafioso e denunci»

Fatta luce sul movente dell’attentato del 9 aprile scorso e su tutti i violenti fatti criminali messi in atto dai Di Grillo-Mancuso per far cedere la famiglia Vinci alle estorsioni e ottenere un terreno confinante. Il procuratore capo della Dda di Catanzaro: «Esternazione di potere mafioso» - VIDEO

di Redazione
25 giugno 2018
11:44
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Svolta sull'autobomba che lo scorso 9 aprile uccise Matteo Vinci e ferì gravemente il padre. Le indagini, svelando gli interessi criminali dei fermati, hanno consentito agli inquirenti di appurare che i tutti i violenti fatti criminali perpetrati rientravano in un feroce piano estorsivo dei Mancuso ai danni dei Vinci, in atto dal 2014, finalizzato all’acquisizione della vasta proprietà terriera dei Vinci, confinante con quella dei Mancuso, determinati all’acquisizione ad ogni costo della proprietà tanto da ricorrere per il raggiungimento dello scopo a qualsiasi mezzo tra cui l’eliminazione fisica di tutti coloro che avessero intralciato il loro disegno criminale.

 

La resistenza da parte della famiglia Vinci nel non volere cedere il terreno, prolungatasi per anni ed accompagnata da varie minacce ed intimidazioni, sarebbe stata infatti la causa scatenante della reazione da parte della famiglia Mancuso-Di Grillo, con la messa in atto dell'attentato compiuto la sera del 9 aprile.

 

L’attività investigativa ha consentito di individuare ed identificare i componenti della famiglia Mancuso, Salvatore Mancuso, 46 anni, Rosaria Mancuso, 63 anni, il marito di lei Domenico Di Grillo, 71 anni, le due figlie della coppia Lucia, 29 anni e Rosina 37 anni nonché il genero Vito Barbara 28 anni, a vario titolo interessati, oltre all’azione omicidiaria del 9 aprile, anche al tentativo di omicidio perpetrato ai danni di Francesco Vinci il 30 ottobre 2017 in Limbadi, in cui lo stesso era stato vittima, sotto la minaccia di una pistola, di una feroce aggressione con un forcone e un’ascia.

 

«Quel terreno doveva essere dei Mancuso»

A fare il punto in conferenza stampa anche il procuratore Nicola Gratteri. «Ci troviamo dinanzi all’esternazione di un potere mafioso sul territorio, non è una semplice lite fra vicini - ha detto il procuratore di Catanzaro - Quel terreno doveva essere dei Mancuso, con le buone o con le cattive. Per noi era importante risolvere questo caso e ciò è stato possibile grazie ad una Polizia giudiziaria di qualità ed i risultati si vedono. In questa indagine ha lavorato il colonnello Mucci del Ros insieme agli uomini del Comando provinciale di Vibo». Da Gratteri un’esortazione ad una reazione collettiva alla pervasività mafiosa. «I vibonesi - ha detto - non devono sottostare al dominio di queste famiglie mafiose, ci sono le condizioni affinché la comunità si ribelli e denunci. Noi siamo nelle condizioni di dare risposte sul piano giudiziario. A Vibo - ha concluso - c'è la più alta percentuale di massoneria deviata e insieme mafiosa d’Italia, ma anche qui, in questo territorio, qualcosa sta cambiando in positivo. La gente deve convincersi che l’aria sta cambiando».

Indagini mirate ad identificare altri presunti complici

È stato poi il comandante provinciale dell’Arma Gianfilippo Magro a mettere in evidenza gli sforzi investigativi condotti «in sinergia fra Ros di Catanzaro e Nucleo Investigativo Vibo». Quindi, il colonnello ha ricostruito la dinamica dell’omicidio: «L’ordigno radiocomandato è stato posizionato sotto un fanale dell’auto dei Vinci ed è esploso dopo circa 80 metri. Rosaria Mancuso e il genero Vito Barbara hanno avuto un ruolo di primo piano nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’omicidio ma le indagini puntano ad identificare altri possibili soggetti coinvolti nella vicenda». Il loro disegno criminale, ha riferito ancora Magro, era «quello di allargare la propria disponibilità dei terreni appropriandosi dei terreni dei Vinci» con un’azione intimidatoria avviata fina dal 2014.

 

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