Comito, il condirettore del tg di LaC Tv: la Calabria vista da un antieroe

VIDEO | Oggi Pietro è una bandiera del nostro network, così come lo è stato in tutte le redazioni che lo hanno visto protagonista nel corso della carriera: «Il web ha rivoluzionato l’informazione tradizionale, oggi è tutto più difficile»

di Monica La Torre
2 settembre 2019
16:57
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L’ufficio di Pietro Comito è stranamente ordinato. Laddove ci si aspetterebbe di trovare fuoco e fiamme, in fondo al corridoio della redazione del Tg di LaC, Lac News 24, al secondo piano degli studi  televisivi di Vibo Valentia, nascosta dietro un angolo, si apre una porta che immette in un microcosmo denso e geometrico, dominato da quattro elementi: faldoni, foto, pc... e l’incredibile Hulk. L’eroe Marvel giganteggia sullo screensaver del maxi schermo come una sorta di Lares mitologico, di Cave Canem: ed ha valenza del segnale di pericolo riservato a quanti devono affacciarsia quella porta, per un motivo o per l’altro.

 

L’irascibile

L’umore, le ire funeste di Comito, condirettore del Tg insieme a Cristina Iannuzzi, sono ben rappresentate dall’iconico gigante verde, pronto a scattare con reazioni imprevedibili alla minima contrarietà. E sono note a tutti coloro che (compresa la sottoscritta) non sapendolo, hanno provato a mettersi di traverso tra lui ed i suoi desiderata. La furia di Comito quando vuole qualcosa, e un qualsiasi essere vivente (sia esso lupo, agnello, leone, drago o umano) prova ad opporre resistenza, è proverbiale. Le mura della redazione hanno tremato più d’una volta. Il modus operandi è imperioso. La caparbietà, monolitica. I decibel, impegnativi. 


La firma che conta

Eppure, tutti concordano nellìaffermare che se il Network LaC può vantare un leale servitore della causa e dell’azienda, un testimonial del senso dell’onore, un cultore del mestiere - per lui sacro - di giornalista, questo è proprio Pietro, firma pesante del giornalismo regionale, autore di libri, protagonista di alcune delle pagine più complesse e dure della storia recente del giornalismo calabrese, tutte vissute sulla sua pelle, minacce comprese. Per lui e per la sua famiglia. Insomma, un rompiscatole di livello, di quelli che a farli stare zitti ci riesci poco e male.


In direzione ostinata e contraria

Ed è per questo suo remare in direzione ostinata e contraria che a Pietro gli vogliono bene tutti. Di Comito, ci si deve fidare per forza. Come i bambini - aldilà delle urla, vedono in Hulk il gigante buono da imitare, da ammirare e da emulare comprandosi i guantoni verdi per dare pugni sulla pancia del papà, così, allo  stesso modo i giovani giornalisti che si sono formati alla sua scuola, prima al Quotidiano della Calabria, poi nella redazione di Calabria Ora, poi di nuovo al Quotidiano ed ora in casa LaC, lo considerano un punto di riferimento. Sono pochi i giornalisti in forze all’emittente che, interpellati su chi fosse stato il loro mentore, non abbiano risposto “Pietro”.


Una carriera importante

Ora: tracciare in questa sede un profilo cronografico delle vicende professionali di questo giornalista, che a 40 anni ha già bruciato tutte le tappe possibili, vissuto con la scorta sotto causa, perso e vinto cause  giudiziarie ed editoriali, gestito posti di potere ed influenza, dialogato a tu per tu con i grandi protagonisti della lotta alla criminalità organizzata, scritto libri, portato quotidianamente il peso di un orgoglio titanico in un’epoca di compromessi, il tutto condito da scarsa (se non assente) malleabilità è opera complessa e fuori luogo, in tale contesto. Sottolineeremo in tale sede solo che oggi Pietro è una bandiera. Anche in LaC, come lo è stato nelle redazioni che lo hanno visto protagonista. La sua presenza è fiore all’occhiello, sia per il Gruppo Pubbliemme che per il Network. Una azienda ed un polo editoriale che Comito ha fatto suoi, e che, tra una sfuriata e l’altra, democraticamente, difende con le unghie e con i denti. Ecco come si racconta…

 

Il futuro è qui

«Noi (di LaC, ndr) alla Calabria abbiamo dato tantissimo - dichiara - Abbiamo dato qualcosa che prima non esisteva: abbiamo creato un polo editoriale tra i più moderni e capaci di anticipare il futuro dell’informazione. Abbiamo spinto oltre, avanti, gli orizzonti ai quali questa terra poteva guardare: e sto parlando di futuro remoto. Tanti progetti editoriali, qui e in Italia, sono stati frantumati dalla deflagrazione di un’informazione web invasiva, e – fatemelo dire – troppe volte pietosa, approssimata, priva di qualsiasi professionalità. Noi, abbiamo creato un’informazione crossmediale alta, di qualità. Seria, affidabile, di riferimento».

 

Atto di forza

«Io ho sempre avuto una forte immagine professionale - prosegue il giornalista -. Comito, lo sanno tutti, è quello che ha tenuto la schiena dritta. Odio questa definizione, è espressione abusata, ma indicativa: è stato proprio così. La mia carriera è iniziata presto, e lo ha fatto con un atto di forza, nella redazione di un quotidiano storico, doveper essere accettato ho dovuto superare resistenze iniziali fortissime, e dove, alla fine, sono stato trattato come un figlio. Sono partito, ho lottato, e sono rientrato… Ho avuto la fortuna di fare il giornalista quando la carta stampata aveva un potere ed una influenza enorme: dove essere caporedattore significava essere capaci di indirizzare positivamente politica, cultura, società. Oggi, vedo a cosa ha portato la rivoluzione: vedo la perdita di rilievo per come la conoscevamo un tempo e la nascita di altri tipi di visibilità, di influenza, e vedo come tutti abbiamo dovuto adeguarci a questa mutata condizione, editori e giornalisti».

 

La carriera, LaC Tv, i colleghi

«In LaC arrivai circa un anno dopo la nascita del network - confessa -. Domenico (Maduli, Presidente Gruppo Pubbliemme ed Editore del Network LaC) mi aveva cercato attraverso un mio collega: fummo in trattativa per 4 o 5 mesi, ed alla fine accettai. Portai con me, nel tempo, tanti ragazzi e tante ragazze. E chi lavora con me, è come  se fosse sotto la mia protezione. Se qualcuno tocca i miei colleghi, le mie colleghe, divento una bestia. Se qualcuno si azzarda a toccare loro, o l’azienda, sono guai. Mi butterei sul fuoco per loro: è il mio carattere. I giornalisti che lavorano per noi possono avere i peggiori difetti, ma sono pur sempre i miei colleghi. E li difenderò sino allo strenuo delle forze, così come ho fatto per l’azienda. Non che non ci siano state tensioni: più volte, le mie dimissioni sono finite sul tavolo dell’editore. Ma sono fatto così…».


Come si cambia

«In LaC ho avuto grandissime soddisfazioni-ammette infine il condirettore -. Sono cresciuto, ho imparato cose che altrove non avrei mai imparato. Ho avuto la fortuna di incrociare grandi professionisti (basti pensare al nostro regista, un ingegnere informatico di livello assoluto), ho potuto lavorare su strumentazioni avanzate, macchinari che hanno comportato investimenti di centinaia di migliaia di euro. Ho imparato a gestire l’immagine, e ho capito che contenuti leggeri, se ben impacchettati, producono informazioni accattivanti. Anche la notizia più banale, se ben confezionata, può arrivare bene, e funzionare».

 

La visione

«Quanto al mio editore, da Domenico (Maduli, ndr) ho imparato che bisogna avere una visione, altrimenti non si va da nessuna parte. Ho capito che se non hai un orizzonte lontano, lontano non arriverai mai - dichiara-. Quando lo conobbi, sono rimasto entusiasta: un imprenditore giovane, un progetto coraggioso, il credo della qualità. Ripeto: non significa che siano state tutte rose e fiori, anzi: ma il progetto mi ha conquistato. Da Maria Grazia (Falduto, Direttore Editoriale), donna di grande fermezza e carattere, ho imparato la resilienza. La capacità di resistere e reagire, essere più forte del contesto. Infine, il mio condirettore, Cristina Iannuzzi, nata e cresciuta in televisione. Una rottura di scatole infinita (ride) ma mi ha insegnato tanto. Da lei, ho imparato tantissimo ».


La rivoluzione, l’etica, la dignità

«Oggi, il web ha rivoluzionato il ruolo dell’informazione tradizionale, che si è totalmente ridimensionato. Fare l’editore è sempre più complesso, anche e soprattutto in Calabria. Io faccio questo lavoro dal 1998. È un arco di tempo sufficiente per diventare testimone del cambiamento del mestiere e della persona del giornalista. Io ho perso un collega, vittima di questo lavoro, delle tensioni, degli stravolgimenti. Ed oggi, alla luce di tanti anni di carriera, e dei pesi portati per difendere colleghi, dignità ed anche l’azienda per la quale oggi lavoro, posso dire che mi sento un giornalista sofferente».


Il rispetto

infine, un  auspicio. «Vorrei che il mondo esterno, il potere politico, il potere giudiziario, il potere ecclesiastico, e anche quello imprenditoriale avessero più rispetto del nostro lavoro. Fare informazione è difficilissimo. Ma se il nostro ruolo venisse riconosciuto, tutto sarebbe più facile».

 

 

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Monica La Torre
Giornalista

Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra...

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