Il 14 febbraio è un giorno speciale per chi si ama e per quei legami intensi, indissolubili e che sono destinati a durare in eterno. È il giorno in cui si celebra l'amore in ogni sua forma, fatto di legami che erano già scritti nella storia ancor prima di fiorire. E forse è un curioso caso del destino che si diverte a mandare segnali, il fatto che una figura emblematica per la Vibo calcistica sia nata proprio in questo giorno, perché è lì che si racchiude la lunga e intensa relazione sportiva tra Melino Cosentino e la Vibonese, e che merita solo di essere raccontata.

Di capitani ne è pieno il calcio, ma a essere sempre di meno sono quei capitani che sono rimasti sempre fedeli ai propri colori e alla propria bandiera. E allora quando si parla di capitano, soprattutto a Vibo Valentia, la mente di ogni tifoso e cittadino non può che ripescare il nome di Melino Cosentino: il capitano indistruttibile che per ventisei lunghi anni ha sposato, nel senso più romantico del termine, i colori rossoblù e che per poco più di un ventennio indossò quella fascia al braccio, lasciando ai posteri oltre 600 presenze con lo stesso stemma sul petto.

Il percorso inizia nel 1967

Una storia intensa da raccontare a chi ama davvero il calcio e i suoi valori, nel bene e nel male, quella di un terzino divenuto monumento intoccabile nella storia di questo club. I folti baffi e i capelli scompigliati sono i testimoni più vividi di un'altra epoca calcistica che è solo nei ricordi e che ripercorre proprio lo stesso Melino Cosentino, in esclusiva ai microfoni di LaC News24: «Ho iniziato all'età di 12-13 anni cominciando all'oratorio e, come tutti a quei tempi, in mezzo alle strade. A 15 anni mi sono poi tesserato con il settore giovanile della Vibonese, che all'epoca si chiamava Nucleo di Addestramento Giovani Calciatori. Quello per me fu l'inizio di un percorso lungo e intenso, rinunciando a tutto per i colori della mia città e rispettandoli ogni volta che li portavo addosso. Certo, in quasi un trentennio di diverbi ce ne sono stati, come ce ne sono nelle più integre famiglie, ma li ho sempre superati».

Le qualità del giovane quindicenne furono subito lampanti e non sfuggirono agli occhi dell'allora tecnico della Beretti, Bruno Cappon, che contribuì a lanciarlo tra i grandi: «Il mio esordio con la prima squadra - continua l'ex terzino - fu nella stagione 1967-1968 a Barcellona Pozzo di Gotto contro la Nuova Igea Virtus, anche se purtroppo coincise con una sconfitta per 3-1. Da lì in poi non sono più uscito dal campo». L'inizio della consacrazione, e con essa la fedeltà alla squadra della sua città: «Mi sono ritagliato il mio spazio, anche perché ho rinunciato a tutto per rimanerci come le offerte di Modena, Mantova, Crotone e Cosenza. Col senno di poi posso dire che non rimpiango la scelta che ho fatto».

La fascia di capitano nell'estate del 1972

Non solo spazio, minuti e qualità ma anche personalità e leadership che a quei tempi era molto diversa e forse aveva un peso specifico maggiore rispetto ad oggi. Anche per queste sue caratteristiche Melo Cosentino trovò ben presto quell'indelebile dualismo con la fascia: «Era la stagione 1972-73 e, se ricordo bene, c'era Rodolfi in panchina. Era il periodo della preparazione e il capitano era Cortese. Durante la stessa preparazione, però, Cortese non resse la mole di allenamento e dopo quell'episodio presi la fascia di capitano per non lasciarla più, e quando non c'ero io la indossava Ariosto De Vito. Per me è stata una grande responsabilità portarla, innanzitutto perché era diverso rispetto a oggi. Quegli anni furono duri perché la società si trovava in brutte acque e la Vibonese, che militava nel campionato di Promozione, stava per essere radiata. Così con i compagni di squadra pagammo di tasca nostra, decidendo di fare autogestione».

Tra ricordi belli e brutti

Di aneddoti ne ho diversi, anche con gli allenatori che si sono succeduti e in particolare mi ricordo quando c'era in panchina Giancarlo Rodolfi. Erano i primi anni '70 e io, ancora giovane, a causa del mio costante vizio di fumare prendevo un sacco di multe che si rispecchiavano in 5 mila lire per ogni sigaretta. Fu allora che capii che se volevo continuare a giocare a calcio dovevo smettere di fumare, e così feci».

Come detto però, in trent'anni anche nelle miglior famiglie possono nascere attriti o incomprensioni, e in questo suo lungo matrimonio sportivo lo storico capitano ne ricorda uno in particolare, che coincide anche con uno dei suoi ricordi di una partita non proprio felice: «Ancora non ci dormo la notte se penso alla sfida contro il Nardò, ai primi anni '80. In panchina c'era mister Bruno Iacoboni che di solito diceva la formazione al bar dove ci ritrovavamo, ma quel giorno la disse direttamente al campo, nel post riscaldamento. Nel momento in cui chiama i titolari, arrivato al numero 5 non sento il mio nome e accanto a me c'era Filippo Trapasso che mi dice che io non avrei giocato. In quel momento non ci vidi più dalla rabbia».

Tra i ricordi più belli, poi, non posso scordare le battaglie esclusivamente sportive contro Gioiese (con cui ha giocato per un brevissimo periodo segnando 7 gol da terzino) e Palmese. In campo ce li davamo, ma dopo i novanta minuti eravamo insieme al bar a chiacchierare e commentare insieme la partita».

L'esperienza da allenatore

Chi vive per oltre un ventennio sia il campo che lo spogliatoio, è quasi uno step automatico il passaggio in panchina ma nelle vesti di allenatore, e Cosentino fece anche questo. Ecco come nacque la chiamata: «Era il 1991 quando mi chiesero di allenare la Vibonese. Il campionato era quello di Prima Categoria e in panchina c'era Bruno Miletta che non stava andando bene, così decisero di esonerarlo affidando a me la squadra. Io però non potevo allenare poiché dovevo ancora prendere il tesserino a Catanzaro, così stavo in tribuna e davo disposizioni da lì. Ricordo che subentrai nelle ultime dieci partite e in quel lasso di tempo, con la vittoria che valeva ancora due punti, mettemmo in fila ben nove vittorie e un solo pareggio per un totale di 19 punti».

La Vibonese oggi

Avrà anche smesso di giocare, ma Melo Cosentino non ha certamente smesso di andare a vedere le partite della sua Vibonese, seduto sempre al solito posto all'interno dello stadio Luigi Razza. Ecco allora un suo pensiero sul corrente campionato del club rossoblù, militante in Serie D: «Diciamo che le attese erano un po' diverse sentendo le opinioni di molti, magari anche quelle di qualche tifoso che è un po' deluso fermo restando che la piazza di Vibo molto spesso è troppo esigente. Una soluzione, anche per sanare completamente il rapporto con la curva e il pubblico, potrebbe essere quella di riunire i tifosi in sala stampa o in altri luoghi, e ognuno dice la sua».