Addio a Massimo Marrelli, ora la Calabria sostenga il sogno dell'imprenditore visionario

Se ne è andato in linea con il suo personaggio: i suoi dipendenti scavavano un fosso in condizione di emergenza e lui era dentro quel fosso con loro. È morto insieme a loro. Nella sua visione un polo di ricerca oncologica di rilievo nazionale nella regione nota per i “viaggi della speranza”. Ora quella stessa terra che spesso lo ha osteggiato ha il dovere di affiancare la famiglia a concretizzarne il desiderio

di Pasquale Motta
lunedì 29 ottobre 2018
08:42
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«I guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra, mentre i guerrieri sconfitti prima vanno in guerra e poi cercano di vincere». Se dovessi definire Massimo Marrelli con una citazione, sceglierei questa definizione di Sun Tzu. Nella funesta giornata di ieri la Calabria ha perso uno dei suoi combattenti migliori. Se questa terra avesse molti più combattenti del suo spessore, gli atavici problemi dai quali è aggredita da lustri sarebbero risolti da un pezzo. Da ieri, oltre a tre onesti lavoratori e padri di famiglia, la Calabria ha perso un pezzo di patrimonio imprenditoriale dal valore enorme. Crotone ha perso un illuminato imprenditore del territorio. E per una terra dal tessuto socio economico estremamente fragile come la nostra Regione, ciò è già in sé un danno catastrofico.


Ho lavorato con Massimo Marrelli per alcuni anni. L’uomo aveva tre caratteristiche: due straordinarie e una negativa. La negativa, è che aveva un pessimo carattere. Le positive invece, erano la genialità e il suo amore infinito per il territorio. Il pessimo carattere, molto probabilmente, era determinato forse proprio dalla sua genialità imprenditoriale. Gli uomini che vedono lontano, spesso, non vengono compresi, vengono considerati dei visionari. Marrelli aveva costruito tutto da zero. Tutto ciò, in una terra, quella Calabra, bellissima ma, sovente, anche antropologicamente ostile verso i suoi figli migliori. Marrelli era un capitano. Combatteva fianco a fianco dei suoi dipendenti. Era una straordinaria macchina da guerra di lavoro. Arrivava nella sua clinica alle 6 di mattina e andava via non prima delle 20:00. Nel periodo che vi lavoravo io sacrificava le ferie con una missione benefica in Albania. Paradossalmente è morto in linea con il suo personaggio. I suoi dipendenti scavavano un fosso in condizione di emergenza e lui era dentro quel fosso con loro. È morto insieme a loro. L’atteggiamento tipico dell’uomo pragmatico che aveva costruito tutto pietra dopo pietra con le proprie mani. Testardo e determinato.


Tra un intervento chirurgico e l’altro veniva in redazione a Esperia Tv per pianificare e risolvere i problemi di gestione dell’emittente televisiva. Nelle sue molteplici attività ci metteva la testa, il corpo e le mani. Nelle battaglie che conduceva ci metteva la faccia. A differenza di tanti pseudo imprenditori di questa terra, i quali spesso si sono arricchiti truffando la Pubblica Amministrazione, senza creare nulla di buono, Massimo Marrelli ha arricchito il territorio, producendo una sanità di eccellenza internazionale. L’ultima sua creatura, il Marrelli Hospital, era il top dell’efficienza. Lui la definiva un sogno. Nella sua visione c’era l’obiettivo di creare un polo di ricerca oncologica di rilievo nazionale proprio qui in Calabria, nella terra nota per i “viaggi della speranza”. Un sogno che, purtroppo, si è scontrato con l’ottusità di un burocrate inviato da Roma a risanare i conti della Sanità e contro il quale, Massimo Marrelli, stava combattendo in prima persona, affiancato dai suoi dipendenti, per ottenere gli accreditamenti necessari per operare al servizio di tutti i calabresi. Massimo Marrelli era il motore del suo gruppo imprenditoriale. Uno straordinario motivatore dei suoi collaboratori. Un beffardo destino lo ha strappato insieme a tre dei suoi dipendenti alla famiglia, a Crotone e alla nostra terra. Ora quella stessa Calabria che spesso lo ha osteggiato, ha il dovere di affiancare la famiglia a concretizzare il sogno dell’imprenditore crotonese. Un sogno che potrebbe diventare patrimonio di tutti i calabresi. Un sogno che potrebbe consentire ad un territorio di continuare a vivere e a sperare.

 

Pasquale Motta

 

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”

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