Poco prima di essere accoltellata alla gola, Sara Campanella aveva lanciato un’ultima preghiera.

Non urlava. Non correva. Ma sapeva.

Aveva chiesto aiuto alle sue amiche. Aveva parlato. Aveva lasciato una traccia.

«Sono sicura che lui mi sta seguendo». Diceva, con la voce incrinata, in uno degli ultimi messaggi vocali inviati su WhatsApp.

E poi ancora, con un’ironia spezzata dalla paura: «Dove siete, che sono con il malato che mi segue?»

Era un pomeriggio di fine marzo.

La città continuava a vivere, ignara.

E Sara stava per morire.

Aveva ventidue anni.

Era originaria di Misilmeri, un paese in provincia di Palermo. Frequentava il terzo anno della facoltà di Tecniche di laboratorio biomedico all’Università di Messina. Stava costruendo il suo futuro dentro un ospedale, dove imparava a curare.E proprio lì, in quell’ospedale, sarebbe tornata in fin di vita, prima di morire.

Quel giorno era uscita dal nosocomio nel pomeriggio, come sempre. Aveva imboccato viale Gazzi per raggiungere la fermata dell’autobus. Ma non era sola. Un’auto la seguiva.

Al volante, Stefano Argentino, 27 anni, studente nella stessa facoltà.

La seguiva da tempo, dicono. La osservava, la inseguiva, la aspettava.

Quando l’ha vista camminare, ha fermato la macchina. È sceso.

L’ha raggiunta sul marciapiede, vicino ad alcune case. Una breve discussione. Poi il coltello.

Un colpo alla gola. Uno alla scapola. Sara ha provato a resistere. Ha fatto un paio di passi. Poi è crollata, vicino a un’aiuola.

In un lago di sangue.

Un passante, richiamato dalle urla, ha tentato di inseguire l’aggressore. Invano.

Altri hanno chiamato il 118.

Un’ambulanza l’ha trasportata d’urgenza al Policlinico.

Ma era troppo tardi.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’assassino era ossessionato da lei.

Si era invaghito. Non era ricambiato. E per questo, solo per questo, avrebbe deciso di ucciderla.

Per “motivi sentimentali”, dicono. Ma non c’era amore.

Non c’era sentimento.

Solo la violenza di chi non accetta che una donna possa scegliere di dire “no”.

«C’è un malato che mi segue», diceva Sara.

E in quelle parole fragili, precise, disperate, c’era già la sua condanna.

Non sua, ma di lui, di noi, di un tempo che si definisce moderno e invece torna tribale nel modo più vile: quello che sacrifica la donna sull’altare della pretesa maschile.

Sara aveva ventidue anni, e la vita ancora da scegliere.

Aveva un sapere da costruire, e un amore che non voleva dare.

E questo, soltanto questo, l’ha condannata.

Non è amore, non è follia.

È ossessione. È ideologia.

Chi uccide una donna perché non gli appartiene, non è un uomo rifiutato: è un soldato inconsapevole di una guerra antica.

Una guerra contro l’autonomia, contro la libertà, contro la femminilità che decide.

E non servono parole nuove. Serve guardare i corpi.

Uno studio condotto su 1.700 casi, promosso dalla dottoressa Rosanna Cecchi, ordinaria di medicina legale all’Università di Modena e Reggio Emilia, lo dice senza retorica:

i femminicidi colpiscono il viso, il collo, la bocca, i seni, il pube.

Si colpisce l’identità, la parola, la sessualità.

Il coltello che ha trafitto il collo di Sara è lo stesso coltello che vuole azzittire il diritto di dire “no”, “non ti voglio”, “mi basto”.

Quando le donne muoiono, non muoiono mai per caso.

La professoressa Cecchi a marzo in Parlamento, durante un suo intervento alla commissione d’inchiesta sul femminicidio, ha dichiarato:

"c’è un’ossessione nel gesto omicida contro le donne. Un overkilling, un numero di colpi sproporzionato."

Non per uccidere, ma per annientare.

Per distruggere ciò che si rappresenta, prima ancora di ciò che si è.

Non si uccide solo con la lama.

Si uccide anche con il silenzio. Con il dubbio. Con il “ma avrà fatto qualcosa?”.

E allora, questa volta, non accontentiamoci della cronaca.

Guardiamoci allo specchio.

In questa storia non è lo Stato che ha sbagliato.

Sarebbe troppo comodo dirlo.

È questa civiltà che ha fallito.

È il codice virile che ancora insegniamo ai maschi, in ogni cortile, in ogni aula, in ogni chat.

È l’idea che amare significhi possedere.

Che la donna sia una figura da meritare, da convincere, da prendere.

Non da rispettare.

Sara non è morta solo per mano di un uomo.

È morta per colpa di una cultura intera.

È morta perché ci ostiniamo a credere che il problema siano i mostri isolati, i raptus, i malati.

Ma non sono pazzi. Sono educati così.

Educati a desiderare senza accettare rifiuti.

Educati al mito della donna come premio, non come persona.

E a voi donne vorrei dire questo:

non basta rifiutare i gesti. Rifiutate anche le parole. Rifiutate anche le vostre parole.

Non solo quelle offensive.

Ma anche quelle che sembrano neutre e invece vi trasformano in oggetti.

Non dite più:

“Mi ha portato al mare”, “Mi ha portato fuori”, “Dove mi porti?”.

Le cose si portano, mie care, non le persone.

Con le persone si va. E se si va, si va insieme.

Perché anche il linguaggio è destino.

E quando cambia il linguaggio, cambia il pensiero. E può cambiare anche il mondo.

E allora adesso facciamo silenzio.

Ma non per il lutto.

Facciamolo per ascoltare ciò che resta della sua voce.

Diceva:

«Mi amo troppo per stare con chiunque».

Aveva vinto, Sara.

Aveva scelto se stessa.

Ed è per questo che l’hanno uccisa.

Perché una donna che si ama e che sceglie diventa, per un certo tipo d’uomo, una minaccia intollerabile.

Perché una donna che cammina da sola è, ancora, una bestemmia civile.

Non basta arrestare un assassino.

Bisogna disinnescare l’idea che l’ha armato.

Quella vive ancora.

Vive nei ragazzi che oggi siedono in classe, e domani potrebbero non accettare un no.

Vive nei padri che non insegnano a perdere.

Vive nei commenti che colpevolizzano le vittime.

Nelle fiction, nelle serie tv, nei videoclip che glorificano l’ossessione come passione.

Sara, tu non sei l’ultima.

Ma possiamo fare in modo che tu sia l’inizio.

L’inizio di un Paese che smette di piangere e inizia a cambiare.

Che non si vergogna solo dopo, ma impara a prevenire.

Che guarda le sue figlie in faccia e dice:

“Scusateci. Stavolta, davvero, basta.”