«Io sono selvatica di natura
e amo tutto ciò che mi tenta
e non mi corrompe.
Nei boschi sono nate le migliori preghiere
e le migliori dannazioni
»

Alda Merini è stata – anzi, è – un incendio che ha attraversato il corpo spento di un’Italia troppo spesso abituata a temere la donna, a volerla santa, muta, docile, oppure sensuale, ammaliante, puttana, purché immobile. È entrata nella letteratura come un urlo che non chiede permesso.
È la Maddalena che non chiede perdono.
È la follia che non ha bisogno di diagnosi.
Nella sua poesia scorre il sangue di tutte quelle donne che non hanno avuto voce. Quelle scomode, quelle eccessive, quelle che non hanno saputo stare al loro posto.

Ho conosciuto la sua poesia prima di conoscere la sua vita. Mi ha spaventato, come tutte le cose che sono vere. Perché la Merini non scriveva versi: si spogliava, si faceva carne sanguinante, offriva le sue piaghe come l’unico testo sacro che valga la pena leggere in un Paese dove la donna – la vera donna – non è mai stata accettata davvero. È per questo che oggi, mentre l’Italia si ridipinge di tinte perbene, mentre si cerca ancora la donna nelle pieghe dell’angelo del focolare o di un corpo da desiderare, Alda Merini emerge come una bestemmia necessaria. La sua poesia – come la sua vita – non chiede di essere capita, ma vissuta. Lei non ha scritto per noi, ha scritto per salvarsi. E in quel tentativo, ci ha salvati tutti. Ha salvato la poesia dalla sterilità, ha salvato la parola dal manierismo, ha salvato il dolore dalla pornografia del dolore.

Alda Merini ha attraversato Milano, i Navigli, i manicomi, gli ospedali, le case silenziose e disordinate dove il silenzio era più violento della follia. Ha vissuto negli interstizi, nei margini, nei bordi delle cose. Ha amato uomini che la usavano e uomini che la temevano. Ha cresciuto le sue figlie a metà, in una maternità piena d’ombra e di luce, come tutto ciò che ha toccato.

Ha amato Dio con la stessa passione con cui lo ha tradito. E ha baciato la morte come si bacia un amante che non ti ha mai chiamato per nome.
L’Italia non era pronta per Alda Merini. E forse non lo è ancora.
Perché Alda è stata un miracolo senza Vangelo, una rivoluzione senza partito.

Con i capelli arruffati, il rossetto rosso, la sigaretta tra le dita e lo sguardo malinconico, dolce e feroce, ha incarnato la poesia quando la poesia era finita. Non quella dei premi, delle aule universitarie, delle recensioni impomatate. La poesia vera, quella che nasce dal fondo di un letto sfatto, dall’inferno del manicomio, dalla fame, dalla solitudine, dall'amore per la parola come ultimo strumento di resistenza e di preghiera.

Nel suo mondo la poesia era fame: di senso, di corpo, di Dio, di voce, di ascolto. Scrivere per lei era sopravvivere, come dare alla luce parole come figli da riconoscere. Ogni parola era un grido, un' arma, un fiore, un sacrilegio. In un'Italia che ha imposto per decenni la figura della donna devota, sacrificata, silenziosa, Alda ha urlato. E non per chiedere aiuto, ma per dire: «Eccomi. Sono questa. Sono la bestemmia e la benedizione. La carne e il verbo. La poesia e la follia».

È stata il manicomio, certo. Ma è stata soprattutto il dopo. Perché ha fatto ciò che poche donne, e pochissimi uomini, hanno saputo fare: ha trasformato la sua distruzione in un'opera. Ha preso il dolore e lo ha fatto partorire, creando bellezza. Ma non bellezza rassicurante, ma una bellezza che ferisce. Che non consola. Che non profuma di lavanda, ma di sangue e vino acido. Con la sua fragilità ha scompaginato i codici, ha rotto le gabbie, ha ridicolizzato la vita. Perché la vita non sa che farsene di chi non teme di morire. E Alda, ogni giorno, moriva e risorgeva in un verso, in una sigaretta, in un sorriso sghembo, in un’apparizione televisiva che sembrava sempre un miracolo o un naufragio.

Lei non è mai stata né vittima né martire. È stata la sua personale, irriducibile eresia. E per questo ci ha insegnato qualcosa che in Italia si è sempre cercato di negare: che la donna non è né l’altra metà del cielo né l’angelo del focolare. È come Alda, una selvatica che si fa parola, corpo, spirito. E che, nel farlo, cambia le regole del gioco. Ha cambiato la donna italiana perché ha osato essere sé stessa. Non un modello, non un riferimento, ma un mistero. Non un esempio, ma una crepa nella parete. E da quella crepa, ogni tanto, entrava una luce splendente, accecante, feroce.

Se oggi Alda Merini è celebrata, studiata, osannata, lo è spesso in modo ipocrita. Perché la società che l’ha ignorata, reclusa, ridicolizzata, ora la vuole domestica. Ma Alda non si lascia addomesticare. Né in vita né in morte. Per questo, a chi me lo chiede, dico: non leggete Alda Merini per capirla. Leggetela per perdervi. Perché lì, nel labirinto delle sue parole, forse troverete finalmente voi stessi, e una verità che fa male, ma libera.
Come ogni poesia che nasce dalla carne.
Come ogni donna che osa vivere.
Come ogni eresia che non può essere messa in croce perché già risorta
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