C’è chi ruba con le mani, chi con le leggi. Chi con le tangenti e chi con le parole. E poi c’è chi ruba un’intera narrazione, trasformando i carnefici in vittime, e le vittime in colpevoli. Non ci sono colpe eterne, né popoli geneticamente corrotti. Ci sono verità tagliate su misura, e poteri che le usano per dividere e comandare.

A Padova, Matteo Salvini ha parlato di autonomia, con quella fermezza da catechista della semplificazione, che riduce tutto a slogan e colpevoli facili. Ha detto: «Al Sud una classe politica che ruba da 50 anni». E giù applausi.


Matteo Salvini con le sue parole non sta solo attaccando una parte del Paese. Sta scegliendo una colpa comoda, utile, vendibile. Sta disegnando una geografia morale dove ci sono gli onesti e i disonesti, i capaci e gli incapaci, i degni e gli indegni. E lo fa per giustificare un progetto che si chiama autonomia differenziata.

A sentire Salvini, il Sud sarebbe da cinquant’anni soltanto una specie di cloaca massima del malaffare, un pantano clientelare che soffoca l’Italia e ne rallenta il progresso. Una zavorra da tagliare, da commissariare, da emarginare attraverso l’autonomia differenziata, parola d’ordine di questa nuova crociata identitaria.
Sì, è vero il Sud ha conosciuto e conosce una classe politica indegna. Ha subito e subisce baronie, sprechi, familismi, sistemi incrostati di mafia, malaffare e complicità. Ma la storia delle ruberie italiane non finisce lì. Anzi, non comincia nemmeno da lì. Basta guardare senza pregiudizi e con onestà agli ultimi trent’anni.

Ma chi ha rubato davvero l’Italia? Facciamo un esercizio semplice, quasi scolastico: apriamo l’atlante giudiziario degli ultimi trent’anni. Tangentopoli: Milano, cuore pulsante del malaffare. Non Napoli. Non Reggio Calabria. Non Palermo. Milano, la Milano da bere, dove la politica si ubriacava di appalti truccati, bustarelle e grandi opere. La madre di tutte le tangenti non sgorgava da un paesino calabrese, ma dagli uffici ovattati del Nord più operoso.

Nel 1992, Mani Pulite non scoperchiò un sistema meridionale, ma un patto d’acciaio tra imprenditori del Nord e politici del Nord. Un sistema che usava Roma per spartire, corrompere, ingrassare. Craxi, la P2, le logge deviate e devianti: tutto profuma di nebbia padana. Altro che scirocco.
E da lì in poi? I grandi crack finanziari: Parmalat (Parma), Cirio (Torino), il Monte dei Paschi di Siena. I boss in doppiopetto, travestiti da amministratori delegati. La mafia spa, con sede legale a Milano, Brescia, Varese. È lì che la 'ndrangheta ha messo radici, ha investito, ha costruito, in silenzio, senza lupara ma con grandi opere, fatture false, imprese edili e cantieri dell’Expo.

Chi ha favorito questi intrecci? Chi ha girato lo sguardo altrove mentre la criminalità organizzata comprava alberghi a Sirmione, ristoranti a Bergamo, cooperative in Emilia? Non certo “la burocrazia romana” o “la politica del Sud”, ma una classe dirigente settentrionale, spesso silenziosamente collusa, che oggi pretende di riscrivere la storia.

Salvini parla di merito e buon governo. Ma vogliamo parlare del Mose di Venezia? O della Pedemontana Lombarda, costata miliardi e mai finita? Del caso Formigoni, simbolo di una Lombardia che predicava efficienza e razzolava nella corruzione?

L’autonomia non è solo un tema tecnico. È una visione del Paese. E se questa visione parte dal presupposto che l’Italia si divide tra un Nord virtuoso e un Sud ladro, allora non è autonomia, è un falso, un apartheid istituzionale.
A chi giova questa narrazione? A chi serve dire che “i meridionali rubano da 50 anni”? Serve a coprire i furti di oggi. A spostare il dibattito. A indicare un colpevole, come nei regimi, per non guardarsi allo specchio. La verità è che la corruzione è democratica: non ha accenti, non ha latitudini, non ha dialetti. Sta dove c’è potere senza controllo. E in Italia il potere si è concentrato, da sempre, più a Nord che a Sud.

Il Sud è stato marginalizzato, tradito, ingannato, umiliato. Prima con la retorica dell’unità, poi con quella dell’assistenzialismo, oggi con quella dell’autonomia. Ma il risultato è sempre lo stesso: togliere. Togliere scuole, treni, ospedali. E adesso, persino la dignità.

Se davvero volessimo combattere chi ruba, dovremmo iniziare dalle rendite, dalle élite, dai salotti dove si decide chi resta e chi parte. Non ci sono colpe eterne, né popoli geneticamente corrotti. Ci sono verità tagliate su misura, e poteri che le usano per dividere e comandare. Ma è più facile puntare il dito contro un consigliere comunale di Vibo che indagare su chi firma appalti a Milano.
L’Italia non si divide in Nord e Sud, ma in chi ha memoria e chi la nega. In chi lotta per un Paese intero, e chi lo vende a pezzi, un’autonomia alla volta.