L’ex sindaco di Roma descrive «celle fatiscenti» e parla del dovere della rieducazione: «Un peccato, e anche una vergogna, quando le istituzioni non riescono a valorizzare queste potenzialità»
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Il carcere è «un'intensa esperienza comunitaria, ecco perché è stupido sprecarla». È il “titolo” della lettera dal carcere di Rebibbia firmata dall'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, attualmente recluso nell'istituto. La lettera è stata pubblicata sulla sua pagina Facebook.
Alemanno era stato arrestato la notte del 31 dicembre scorso; al politico, che deve scontare 1 anno e 10 mesi per traffico di influenze, erano stati revocati i servizi sociali.
«90° giorno di carcere - scrive - Tra i compagni di cella si condivide tutto. Ai più anziani (di permanenza in carcere) viene riconosciuta piena autorità sulle regole comuni per pulire gli ambienti, preparare i pranzi, lavare i piatti».
Descrive «celle fatiscenti, ognuna con 6 brande a castello, un cesso che sta nella stessa stanza dove si cucina e un lavandino senza acqua calda. Ogni pezzo di legno, ogni lattina, ogni elastico, viene utilizzato in modo geniale. Altro che "cultura del riuso” da ambientalisti chic».
«Io - dice poi - sono al Reparto 2B del Braccio G8, sicuramente il braccio più vivibile di tutte le carceri romane. Ogni attività del carcere è molto frequentata dalle persone detenute. C'è anche chi si lascia andare e diventa un morto vivente».
«La natura comunitaria dell'esperienza carceraria permette di alimentare la speranza di quella "rieducazione” di cui parla l'Art. 27 della Costituzione - conclude - Proprio per questo è un peccato, e anche una vergogna, quando le istituzioni preposte non riescono a valorizzare queste potenzialità. Non parliamo del personale che lavora nelle carceri che sono vittime dei malfunzionamenti e delle carenze di organico quasi quanto le persone detenute. Parliamo di chi fa le leggi e di chi le deve applicare, che può e deve fare di più».