La “baronessa coraggio” che sfidò la mafia. Così difese le sue terre e la nostra dignità

Teresa Cordopatri è deceduta dopo un’esistenza passata a combattere la 'ndrangheta. Nel 1991 era sopravvissuta a un agguato perché la pistola del killer si inceppò ma il fratello non fu altrettanto fortunato e venne ucciso. I clan volevano i loro uliveti ma lei non ha mai abbassato la testa. Da quel tragico giorno subì 11 attentati e divenne un simbolo di resistenza e riscatto riconosciuto anche all’estero

di Francesco Altomonte
domenica 9 settembre 2018
10:29
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Teresa Cordopatri
Teresa Cordopatri

Aveva un’espressione seria, Teresa Cordopatri, anche quando rideva. Nei suoi occhi vi si poteva leggere un dolore profondo che il tempo non era riuscito a cancellare. Se n’è andata senza clamore la “baronne courage”, come l’aveva definita il quotidiano francese “Le Figaro”, dopo anni di battaglie dentro e fuori le aule di giustizia. Quel dolore profondo era esploso il 10 luglio 1991, quando suo fratello Antonio era morto tra le sue braccia, ferito a morte dalla ‘ndrangheta. Il “padroni” di Castellace, i Mammoliti, volevano le loro terre, ma Antonio si era sempre rifiutato di vendere, nonostante le richieste sempre più pressanti. Un primo agguato fallisce, il secondo no. La donna si salva solo perché la pistola del killer si inceppa.

Da qual momento, Teresa Cordopatri visse chiedendo giustizia per suo fratello e difendendo quei 12 ettari di uliveti che avevano sconvolto per sempre la sua esistenza. Una battaglia lunga 27 anni e costellata di ben undici attentati. Una lotta che la Cordopatri ha condotto con tutta la sua famiglia nei terribili anni ’90 nella piana di Gioia Tauro. Una vita, quindi, spesa nella difesa della legalità e contro la sopraffazione mafiosa. «Una donna che ha lasciato un’impronta profonda nella lotta alla criminalità e allo strapotere mafioso nel territorio reggino», così la definisce Libera Calabria nel comunicato di cordoglio. E una donna forte, Teresa Cordopatri, lo è stata davvero. Forte e tenace nel chiedere giustizia per suo fratello e nell’opporsi ai tentativi di estorsione da parte dei Mammoliti.

Negli ultimi anni Teresa era tornata a Castellace ed insieme alla cugina Angelica Rago Gallizzi, compagna di lotte e di impegno, aveva tentato di rilanciarne la produttività anche grazie alla creazione della cooperativa sociale Aida. Un progetto che non andò come aveva previsto. Delusioni e dolore, però, non riuscirono mai ad avere il sopravvento sul suo desiderio di riscatto e di emancipazione dalla ‘ndrangheta. Restano come paradigma della sua esistenza queste sue parole: «Non avrei voluto ristabilire la verità sulla proprietà dei terreni, la libertà di operarvi senza cedere alle angherie dei mafiosi al prezzo della vita di mio fratello, ma la Fede che profondamente mi anima, mi guida al perdono ed al desiderio di infondere speranza lì dove è stato sparso del sangue innocente».


Francesco Altomonte

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