L’indagine che ha portato oggi all’arresto di cinque persone a Montebello Jonico, in provincia di Reggio Calabria, è partita dal tentato omicidio di Paolo Azzarà, giovane di 36 anni che la notte del 9 ottobre scorso si è presentato all’ospedale di Melito con una ferita d’arma da fuoco al collo. È stata la stessa vittima, interrogata nei giorni successivi dai carabinieri, a indicare i soggetti che erano presenti al momento della sparatoria il cui movente è legato, secondo gli inquirenti, a un debito di una cinquantina di euro che Azzarà, abituale assuntore di sostanze stupefacenti, aveva contratto con gli arrestati per l’acquisto di una dose di droga.

Secondo quanto emerso dalle indagini, a sparare il colpo di pistola contro Azzarà è stato Pasquale Minniti, di 30 anni, per il quale il gip Tommasina Cotroneo ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere su richiesta della Procura di Reggio Calabria, diretta da Giuseppe Lombardo. Per il concorso in tentato omicidio è indagato in stato di libertà anche Antonino Foti, di 43 anni, per il quale non è stato chiesto l'arresto. Oltre a Pasquale Minniti, con l’accusa di detenzione di armi, in carcere sono finiti invece i suoi genitori, Bruno Minniti di 58 anni e Annamaria Verduci (51), lo zio Fortunato Verduci (63), e Roberto Rodà (29). Rodà è il fidanzato di Maria Minniti, di 26 anni, sorella di Pasquale e anche lei indagata.

Grazie alle intercettazioni telefoniche, in cui gli indagati facevano riferimento espressamente a "kalashnikov", nell’ambito delle indagini i carabinieri del Reparto operativo di Reggio Calabria sono riusciti a sequestrare un vero e proprio arsenale che la famiglia Minniti custodiva in un terreno a Montebello Jonico dove era nascosta anche l’arma che, presumibilmente, è stata utilizzata per sparare ad Azzarà. Al momento del sequestro, infatti, la pistola a tamburo aveva tutti i proiettili tranne uno. Circostanza che è confermata anche da alcune intercettazioni ambientali registrate dagli inquirenti. Nell’ordinanza di arresto, in merito agli indagati, il gip Cotroneo fa riferimento a un «poderoso retroterra cautelare» e di «collegamenti forti con ambiti criminali di sicuro spessore».