Ospedale Vibo, Regione contesta sequestro cantiere: «Carte in regola, danno per l’opera»

Il direttore generale del dipartimento dei Lavori pubblici Domenico Pallaria, indagato per abuso d’ufficio e danneggiamento al patrimonio archeologico, mostra l’autorizzazione della Soprintendenza che nel 2000 dava il via libera a un intervento dell'Anas, nonostante l’area sia sottoposta a un vecchio vincolo per la presenza delle mura greche. Ecco il documento

di Redazione
sabato 18 maggio 2019
22:46
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La versione offerta, inutile dirlo, è difforme da quella dell’autorità giudiziaria. E mira a inquadrare la questione dal punto di vista della controparte: la Regione Calabria. Domenico Pallaria, direttore generale del dipartimento Lavori pubblici e responsabile del procedimento per la costruzione del nuovo ospedale di Vibo Valentia, precisa diversi punti emersi con la notizia del sequestro del cantiere delle opere complementari e con la successiva convalida con l'iscrizione sul registro degli indagati di otto persone, Pallaria compreso.

«Ho appreso stamattina, dagli organi di stampa, della convalida, da parte del gip, del sequestro dell’area su cui si stanno effettuando i lavori di sistemazione idrogeologica del fosso Calzone e di sistemazione della viabilità d’accesso al nuovo ospedale, disposto dalla Procura di Vibo Valentia, che mi vede indagato in qualità di responsabile del procedimento. Tengo a ribadire - spiega Pallaria - che le procedure poste in essere perché la Regione Calabria ottenesse dal ministero dei Beni culturali l’autorizzazione a poter eseguire le opere previste nei progetti esecutivi dei due interventi, attraverso le proprie articolazioni del segretariato regionale e della Soprintendenza di Vibo Valentia, sono pienamente legittime: l’autorizzazione si sostanzia in un parere reso in conferenza di servizi, convocata dal commissario delegato per la mitigazione del rischio idrogeologico in Calabria e nella convenzione stipulata dal sottoscritto e dal soprintendente di Vibo Valentia per disciplinare ulteriori obblighi reciproci e modalità operative di dettaglio per salvaguardare il patrimonio archeologico potenzialmente esistente nelle aree d’intervento. Oltretutto, il parere della Soprintendenza è stato rilasciato sulla base di una dettagliata relazione che dà atto dell’esecuzione di una accurata valutazione preventiva del rischio archeologico, basata su un’indagine storica, una ricognizione di superficie e carotaggi».

Ma c’è di più. «Durante l’esecuzione dei lavori, seguita con attenzione e scrupolo da Mariangela Preta, esperta e stimata archeologa di Vibo Valentia, non sono emersi beni archeologici di particolare rilevanza, ma sono state recuperate 8 monete antiche, di innegabile valore archeologico, ma già in precario stato di conservazione, che altrimenti sarebbero rimaste occultate nel terreno, continuando a degradarsi». Da qui, Pallaria avanza alcuni interrogativi: «Mi chiedo che valore abbia avuto l’autorizzazione rilasciata nell’anno 2000 dalla Soprintendenza di Vibo Valentia (foto a fianco), per l’esecuzione da parte dell’Anas dei lavori di costruzione del canale esistente, che con l’intervento in corso si sta demolendo ed adeguando: il dimensionamento del canale è stato stabilito nello studio idrogeologico che la Regione Calabria ha sviluppato su richiesta dell’Autorità di bacino per la messa in sicurezza dell’area ospedaliera. L’autorizzazione è stata rilasciata all’epoca, subordinando l’esecuzione dei lavori, esattamente come oggi, alla sorveglianza in cantiere da parte di un archeologo. Da responsabile del procedimento dell’intervento principale e degli interventi complementari ho una sola preoccupazione: se non si realizzano gli interventi in questione, vengono meno presupposti indispensabili per la realizzazione del nuovo ospedale, la cui conferenza di servizi sul progetto definitivo si è conclusa con l’emissione della determinazione di conclusione favorevole, subordinata alle prescrizioni di mitigazione del rischio imposte dall’Autorità di bacino». Il discorso è chiaro: se le opere complementari non vanno avanti, l’ospedale resterà una chimera. Tanto per cambiare.

 

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