Breakfast, il pm: «Matacena partecipò ad un summit di mafia»

Il procuratore Lombardo formula nuove richiesta istruttorie e cita le parole dei pentiti: «L’onorevole fu a Polsi con il gotha dei clan. Faceva parte della cupola della ‘ndrangheta». Intanto Chiara Rizzo sceglie il rito abbreviato dopo la nuova aggravante contestata. Spunta ipotesi di incostituzionalità

di Consolato Minniti
14 gennaio 2019
15:44
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Amedeo Matacena
Amedeo Matacena

Una richiesta di rito abbreviato condizionato, una questione d’incostituzionalità, nuove richieste istruttorie e Matacena ad un summit di mafia. C’è davvero tantissima carne al fuoco nella nuova udienza del processo “Breakfast” conclusasi pochi minuti fa nell’aula bunker di Viale Calabria e che vede imputati, fra gli altri, l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola e Chiara Rizzo moglie di Amedeo Matacena. Entrambi sono accusati di aver favorito la latitanza dell’ex parlamentare di Forza Italia che si trova ancora negli Emirati, nonostante una condanna da scontare per concorso esterno in associazione mafiosa.

La precedente aggravante

Nell’udienza precedente, quella tenutasi nel dicembre 2018, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, aveva contestato a Scajola e Rizzo una nuova aggravante, ossia di aver agevolato un’associazione segreta collegata alla ‘ndrangheta da un «rapporto di interrelazione biunivoca, destinata ad estendere le potenzialità operative del sodalizio mafioso in campo nazionale ed internazionale». Il tutto per proteggere «la perdurante latitanza del Matacena, già condannato in via definitiva quale concorrente esterno della ‘ndrangheta reggina, per il rilevantissimo ruolo politico ed imprenditoriale svolto a favore della predetta nell’ambito di una più vasta operazione avente ad oggetto anche la programmata ed in parte eseguita latitanza all’esterno di Marcello Dell’Utri».

La replica delle difese

Una contestazione a cui gli avvocati Busuito e Morello hanno risposto affermando come il «pubblico ministero si sia limitato ad una indicazione assolutamente generica» e che vi sia un «netto scollamento fra la modifica dell’imputazione, così come prospettata dal pm, e gli esiti dell’istruttoria dibattimentale». In sostanza, per gli avvocati, vi sarebbe una indeterminatezza della modifica del capo d’imputazione. I due legali, citando anche giurisprudenza della Cassazione, hanno rimarcato come non sarebbe rispettato il principio del contraddittorio fra le parti, per le modalità con cui la modifica del capo d’imputazione è avvenuta».

La richiesta di rito abbreviato

Ma la vera novità è arrivata dall’avvocato Bonaventura Candido che, pur rifacendosi in toto alla posizione espressa dagli avvocati Busuito e Morello, ha sottolineato come, a suo avviso, le nuove contestazioni rappresentino un «fatto nuovo» probabilmente basato su vicende che dovrebbero essere «doverosamente oggetto di diversa inchiesta da parte della Procura della Repubblica di Reggio Calabria e che sarebbe dovuto transitare attraverso un’udienza preliminare». E partendo da questo assunto, il legale di Chiara Rizzo ha formulato richiesta di rito abbreviato condizionato alla luce della nuova contestazione formulata dal pubblico ministero. Le condizioni sono quelle dell’acquisizione di tutti gli atti di cui già il Tribunale dispone e quella dell’acquisizione di tre documenti che, a giudizio della difesa risultano particolarmente utili.

La replica del pubblico ministero

È toccato quindi al procuratore Lombardo replicare alle affermazioni dei legali: «Tutti coloro i quali si sono intrattenuti sulle acquisizioni di cui trattiamo – ha spiegato il pm – hanno fatto riferimento al ruolo di Speziali e dei fratelli Pizza. E ciò ci consente di intravedere temi di prova nuovi che non incidono sul fatto, perché la modifica del pubblico ministero non evidenzia una diversità del fatto. E prova ne sia che non è stato contestato tutto il capo C (la procurata inosservanza di pena, ndr), ma ha precisato che la stessa era limitata solo ad una circostanza aggravante».

Quanto alla richiesta di rito abbreviato, il pubblico ministero ha evidenziato come la questione debba essere probabilmente oggetto di un incidente di costituzionalità perché, «per quel che mi è dato sapere la Corte costituzionale non si è ancora misurata sullo specifico argomento che riguarda la contestazione della circostanza aggravante che proviene dall’attività istruttoria in corso di svolgimento. Ed allora, in questo momento, il rito abbreviato non può essere ammesso». Una tesi ripresa e sostenuta anche dall’avvocato Bonaventura Candido il quale ha prospettato una incostituzionalità dell’articolo 517 c. p. p. nella parte in cui non prevede la possibilità per l’imputato di scegliere il rito abbreviato a seguito di aggravante contestata come nel caso avvenuto a Reggio Calabria. Una incostituzionalità che sarebbe da rapportare a quanto previsto dagli articolo 24 e 111 della nostra legge fondamentale.

Matacena al summit di mafia

Ma è quando si è trattato di motivare le sue nuove richieste istruttorie che il pm Lombardo ha messo in luce alcuni argomenti scottanti. Il primo è quello introdotto dal pentito Pasquale Nucera che, nel corso di un verbale risalente al 1996, svela qualcosa di «devastante». Questi, infatti, ascoltato dalla procura di Palermo, «illustra il disegno criminoso portato avanti da ‘ndrangheta e cosa nostra nel periodo delle stragi continentali. E indica un summit di ‘ndrangheta del 28 settembre del 1991 a Polsi. A questo summit partecipano tutti i soggetti di vertice dell’epoca, a partire dai fratelli Tegano, a Santo Araniti, a Marcello Pesce, ai Mazzaferro di Taurianova e Gioiosa Jonica, i Versace di Polistena e Africo, Antonino Molè, due dei Piromalli, Antonino Mammoliti e altri. Nucera, su queste dichiarazioni, è stato già ritenuto attendibile e riscontrato su un passaggio: la presenza di Antonino Mammoliti di Castellace che avrebbe partecipato al summit unitamente all’onorevole Matacena». Ed allora il pm si è chiesto: «Questo dato iniziale rileva in questo processo oppure no, visto che siamo chiamati a capire per quale ragione, nel momento in cui la sentenza contro Matacena passa in giudicato, alcune persone si muovono per agevolarne la latitanza?». Per il pm, in effetti, Matacena «è un soggetto non parificabile ad altri in quel contesto associativo», perché, come riferito anche dal pentito Giuseppe Lombardo “cavallino” «Matacena viene indicato come appartenente alla cupola della ‘ndrangheta. E il pentito ci dice che anche la ‘ndrangheta non è orizzontale ma verticistica, al cui livello più alto è posta una cupola con dentro Matacena per il suo ruolo di politico. Questo lo apprende da Pasquale Condello “il Supremo” e noi non possiamo far finta che questi temi non esistano».

Le richieste istruttorie

Da qui partono le richieste istruttorie della pubblica accusa: il primo che il pm vorrebbe sentire è il pentito Cosimo Virgiglio: «Questi – ha spiegato Lombardo – in maniera spontanea, ad un certo punto, a seguito dell’allontanamento di Nino Lo Giudice e dei suoi successivi memorali, viene indicato come soggetto che racconta determinate appartenenze massoniche. Viene riscontrato che c’è stato un periodo di comune detenzione fra i due a Rebibbia e il pm interroga Virgiglio il quale indica elementi utili in questa sede perché riferibili ai fratelli Pizza ed agli ambienti massonici da lui frequentati e dice: “Guardate che all’interno di quel mondo ho visto anche l’onorevole Scajola”. È vero? Non lo deve dire Virgiglio, ma deve essere verificato da un approfondimento istruttorio che ancora non c’è stato. È indispensabile capire il motivo per il quale uno come Scajola si sia mosso con quella decisione, così come le intercettazioni hanno dimostrato, a favore di Amedeo Matacena». E dopo aver ricordato la figura ed il ruolo di Vincenzo Speziali, il pm ha proseguito rimarcando come proprio Virgiglio potrebbe spiegare «qual è l’interesse a proteggere un latitante come Matacena». Poi la richiesta di sentire anche i pentiti Pasquale Nucera e Giuseppe Lombardo ed il sostituto commissario Giuseppe Gandolfo, che fornirebbe elementi di riscontro alle parole dei collaboratori di giustizia.

Il collegio si è riservato la decisione in ordine a tutte le richieste istruttorie, aggiornando il processo al prossimo 28 gennaio quando sarà sciolta la riserva.

 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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