Il 21 gennaio scorso, Cosenza è rimasta scossa da un evento drammatico: il rapimento di una neonata di appena 36 ore, Sofia. A compiere l’atto, una donna che si è spacciata per operatrice sanitaria, Rosa Vespa. Dopo un’indagine tempestiva, il caso ha subito un’evoluzione che sta ora prendendo una piega legale, con l’avvio di un carteggio tra gli avvocati della famiglia della neonata e quelli della clinica coinvolta.

Il caso è diventato oggetto di un acceso dibattito legale. La famiglia ha accusato la clinica di non aver garantito un’adeguata custodia e vigilanza, chiedendo risarcimenti per i danni subiti.

I legali della clinica, Enzo Belvedere e Marco Facciolla, hanno risposto formalmente alla diffida presentata dalla famiglia, indicando come l’incidente sia stato in gran parte causato dall’incauta consegna della neonata da parte della madre.

La strategia difensiva: l’accusa di incauta consegna

Secondo quanto dichiarato dai legali della clinica, il rapimento di Sofia è stato possibile perché la mamma, non ancora completamente ripresa dal parto, avrebbe «incautamente» consegnato la bambina a Rosa Vespa, che si era presentata con una mascherina sul volto e senza cartellino identificativo.

La clinica ha sottolineato come il protocollo del reparto prevedesse che tutto il personale fosse facilmente riconoscibile tramite cartellini identificativi con la foto e divisa.

Secondo la difesa della clinica, la madre della neonata avrebbe dovuto essere più attenta, visto che la rapitrice si è infiltrata tra il personale sanitario durante l’orario di visita. In una comunicazione ufficiale, i legali della clinica sostengono che altre partorienti abbiano impedito che la rapitrice potesse sottrarre altri neonati, dimostrando un atteggiamento più accorto rispetto a quello della madre di Sofia.

La risposta della famiglia di Sofia: accuse di negligenza e inadeguatezza

La risposta della famiglia Cavoto-Chiappetta non si è fatta attendere. Gli avvocati della famiglia, Chiara Penna e Paolo Pisani, hanno subito contestato la difesa della clinica, ribadendo che le accuse mosse nei confronti della madre sono infondate e ingiustificate. La difesa della famiglia ha inoltre sottolineato le presunte falle nei sistemi di sicurezza della struttura, facendo riferimento alla documentazione che dimostra come la clinica Sacro Cuore non abbia messo in atto adeguate misure di vigilanza.

La posizione degli avvocati della famiglia è dura, e secondo loro, non si tratta solo di un errore umano ma di un sistematico problema di sicurezza all’interno della clinica, che risalirebbe almeno al 2016.

La questione delle scuse: il richiamo alla responsabilità

La difesa della famiglia di Sofia si è ulteriormente inasprita quando gli avvocati hanno sollevato la questione delle scuse. L’avvocato Chiara Penna ha sottolineato che le risposte della clinica non solo sono state insufficienti, ma anche dannose per l’immagine e la dignità della madre, che si è trovata accusata ingiustamente per un errore che non ha commesso. «Vogliono anche delle scuse?», ha dichiarato l’avvocata Penna, riferendosi all’atteggiamento della difesa della clinica, che secondo lei sta cercando di scaricare la responsabilità sulla madre piuttosto che riconoscere le proprie mancanze.