Un uomo con un cappellino bianco sarebbe stato l'aggressore di Maria Chindamo

VIDEO | Un testimone rivela anche un altro particolare inedito: un’auto nera avrebbe fatto da “vedetta” ai rapitori della donna per poi dileguarsi in una stradina interpoderale

di G. B.
giovedì 11 luglio 2019
21:28
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Avrebbe indossato un “cappellino bianco” l’aggressore di Maria Chindamo che ha agito con certezza fra le ore le 7.10 e le 7.15del mattino del 6 maggio 2016.Questo l’elemento di novità più rilevante che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Vibo Valentia, Giulio De Gregorio, nei confronti di Salvatore Ascone, 53 anni, di Limbadi, detto “U Pinnularu”, arrestato in accoglimento della richiesta avanzata dal pm Concettina Iannazzo. Altro elemento rilevante ed inedito, la presenza di un’auto che si sarebbe dileguata subito dopo il rapimento di Maria Chindamo allontanandosi dal luogo della scomparsa, ovvero il cancello della sua azienda agricola in località Montalto, contrada Carini, di Limbadi.

 

E’ Emilov Sasho Dimitrov, l’operaio romeno alle dipendenze della Chindamo per i lavori in campagna, a fornire agli inquirenti particolari importanti. Più precisamente, Dimitrov ha raccontato che alle ore 6.30 del 6 maggio 2016 aveva messo in moto i mezzi agricoliper verificarne la funzionalità in vista del trattamento che doveva essere effettuato sulle piante di kiwi. Il romeno non aveva avuto così modo di sentire alcun rumore sospetto poiché “coperto” da quelle delle macchine in moto. Lo stesso aggiungeva però di aver tentato di contattare via telefono Maria Chindamo alle ore 7.15 non vedendola arrivare e che la donna aveva l’abitudine di arrivare nella sua proprietà intorno alle ore 7.00. Non avendo ricevuto risposta, Dimitrov si era portato sulla stradina d’ingresso del terreno, giungendo a notare l’autovettura – una Dacia Duster – di Maria Chindamo dietro il cancello chiuso. E’ a questo punto che Dimitrov precisa agli inquirenti una circostanza sinora inedita. Giunto infatti “ad avere la prospettiva visivasul luogo ove si trovava l’autovettura, aveva scorto un uomo con un cappellino bianconelle vicinanze della macchina di Maria Chindamo il quale – rimarca il gip – appena visto il romeno si dileguava”. Avvicinatosi all’ingresso ed alla macchina di Maria Chindamo, Dimitrov aveva notato che la stessa era con il motore acceso e sulla carrozzeria erano visibili delle tracce di sangue sulla carrozzeria. L’operaio decideva così di telefonare a Vincenzo Chindamo, fratello di Maria per segnalare l’assenza della donna e le circostanze anomale riscontrate. Per i magistrati ci si trova dinanzi ad un omicidio non mafioso ma inquadrabile in una “questione privata, da approfondirsi nella sua sfera strettamente personale o in quella della sua attività commerciale”. Ciò non esclude in ogni caso che l’esecuzione materiale sia “stata compiuta da persone avvezze a tali azioni, come ve ne sono – annota il gip - negli ambienti della criminalitàlocale”. Si è trattato quindi di una “brutale esecuzione, organizzata – spiega il giudice - con un agguato in piena regola”.  

 

Vi è poi un testimone che ha dichiarato ai carabinieri di aver notato, mentre transitava in auto alle ore 7.10 da Montalto in direzione Rosarno, un fuoristrada che da una stradina laterale si immetteva sul rettilineo e procedeva verso Rosarno, più una macchina “di piccole dimensioni e di colore nero la quale, inizialmente parcheggiata lungo il bordo sinistro della strada, faceva una rapida inversione di marcia allontanandosi da una macchina bianca vicino a cui era parcheggiata, per attraversare l’incrocio ed inserirsi in una stradina interpoderale che costeggia i campi da golf dove andava a sostare”. Per gli inquirenti e il gip, il movimento dell’auto nera percepito dal testimone “proprio in coincidenza temporale con l’attuazione dell’agguato sfociato nella commissione del delitto di Maria Chindamo conduce a ritenere che l’autovettura nera avesse la funzione di “palo” o di auto-vedetta con la quale vengono solitamente perpetrati gli attentati o viene comunque commessa un’azione delittuosa”. Per il gip ci si trova in ogni caso dinanzi “ad un agguato in piena regola, pianificato in tutti i suoi dettagli” come dimostra la circostanza che Maria Chindamo non era solita recarsi ogni giorno nella sua azienda agricola e la notizia che proprio quella mattina si sarebbe recata a Limbadi era conosciuta solo da poche persone. 

 

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G. B.
Giornalista
Giuseppe Baglivo è stato collaboratore del quotidiano Calabria Ora dal settembre 2006 ad agosto 2007. Redattore e responsabile della cronaca giudiziaria del quotidiano Calabria Ora per la redazione di Vibo Valentia dal settembre 2007 ad ottobre 2009. Nello stesso periodo per il quotidiano Calabria Ora ha realizzato molteplici inchieste riguardanti l’intero territorio regionale. Da agosto 2010 ad oggi è collaboratore della Gazzetta del Sud, redazione di Vibo Valentia, con competenza in tutti i settori (sport escluso). Dal gennaio 2013 è corrispondente unico dell’Agi (Agenzia giornalistica Italia) per Vibo Valentia e provincia. Dal novembre 2015 al 29 dicembre 2016 è stato redattore e responsabile della cronaca nera e giudiziaria del quotidiano online calabrese Zoom24.it, giornale web che ha contribuito a far nascere. Nel gennaio 2011 dalla Fondazione dedicata a Giuseppe, “Pippo”, Fava (il giornalista ucciso da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984) ha ricevuto a Catania il Premio Nazionale “Giuseppe Fava” conferito ai giornalisti “particolarmente impegnati nella battaglia contro le mafie”. Specializzato in cronaca giudiziaria, nera e giornalismo d’inchiesta, ha seguito i più importanti processi contro la ‘ndrangheta, la corruzione nella pubblica amministrazione e la malasanità celebrati negli ultimi dieci anni in Calabria. Alcune sue inchieste giornalistiche hanno portato al commissariamento di diversi Comuni del Vibonese per infiltrazioni mafiose.
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