Sono trascorsi vent’anni dalla scomparsa di Karol Wojtyła, quel Giovanni Paolo II che il mondo soprannominò “il Grande” subito dopo la sua morte. Papa dal 1978 al 2005, ha lasciato un’impronta indelebile, ma non è solo il Pontefice che si vuole ricordare oggi. È l’uomo, con le sue fragilità, i suoi sogni, la sua lotta contro le ingiustizie senza mai alzare la voce. A vent’anni dalla sua morte, ecco chi era davvero Wojtyła: un ragazzo polacco diventato simbolo di speranza.

Le radici di un uomo semplice

Karol Wojtyła nasce nel 1920 a Wadowice, una cittadina polacca che profuma di pane e povertà. La vita lo colpisce duro fin da piccolo: a 9 anni perde la madre Emilia, poi il fratello Edmund, medico dal cuore grande, e infine il padre, durante l’occupazione nazista. Rimasto completamente solo a vent’anni, lavora in una cava di pietra, spacca rocce sotto il sole e il gelo, mentre di notte studia in segreto. È un ragazzo come tanti, ma con qualcosa in più: ama il teatro, scrive versi, sogna un mondo libero. Nessuno, allora, immagina che quel giovane operaio diventerà un giorno la voce di

milioni.

Un guerriero disarmato contro i tiranni

Wojtyła non era un politico, eppure ha fatto tremare i potenti. Cresce sotto il tallone di due dittature: i nazisti, che gli rubano la giovinezza, e i comunisti, che soffocano la cattolicissima Polonia. Quando diventa Papa nel 1978, il mondo è una scacchiera di tensioni: la Guerra Fredda divide Est e Ovest, la cortina di ferro pesa come piombo. Lui, però, non si piega. Nel 1979 torna a Varsavia e davanti a una folla immensa lancia un grido: «Non abbiate paura». Quelle parole accendono una scintilla. In Polonia nasce Solidarność, il movimento che erode il regime comunista.

Lech Wałęsa lo ammette: «Senza di lui, il Muro di Berlino sarebbe ancora in piedi».

Ma non è solo una questione polacca. Wojtyła guarda oltre. In America Latina, denuncia le dittature militari che massacrano i poveri in nome dell’ordine. Va in Cile, sotto il naso di Pinochet, e parla di giustizia. Incontra Reagan e Gorbaciov, li spinge a parlarsi, a smettere di guardarsi in cagnesco. Qualcuno lo critica: troppo conservatore per i progressisti, troppo ribelle per i tradizionalisti. E poi c’è l’attentato: il 13 maggio 1981, Ali Ağca gli spara in Piazza San Pietro. Wojtyła cade, il sangue macchia il bianco della veste, ma si rialza. Due anni dopo va in carcere, guarda negli occhi il suo attentatore e lo perdona. Un gesto che vale più di mille summit.

La fragilità che lo rendeva umano

Non era un santo di marmo, Karol. Da giovane era un vulcano: sciava sulle montagne polacche, camminava con gli amici, rideva forte. Ma il tempo non perdona. Negli ultimi anni, il Parkinson lo piega: le mani tremano, la voce si spezza, il passo si fa incerto. Eppure non si nasconde. Durante una messa, fatica a leggere, il foglio gli sfugge. La folla trattiene il fiato, lui sorride. È curvo, malato, ma non si arrende. Mostra al mondo che essere grandi non significa essere perfetti, ma accettare di cadere e rialzarsi ogni volta.

Un lascito che parla ancora

Cosa resta di Wojtyła, vent’anni dopo? Un’eredità immensa. Ha visitato 129 Paesi, più di ogni altro Papa, con la valigia sempre pronta e il cuore spalancato. Ha abbracciato i lebbrosi in Africa, ha cantato con i giovani alle Giornate Mondiali della Gioventù, che ha inventato perché credeva in loro. «Siete il futuro», ripeteva, e lo pensava davvero. Ha aperto porte al dialogo con ebrei e musulmani, in un’epoca di sospetti e divisioni. Certo, non tutti lo applaudono: c’è chi lo accusa di rigidità su donne e morale, chi gli rimprovera di non aver visto certi scandali nella Chiesa. Ma il suo

messaggio resta: la pace si costruisce con i fatti, non con le parole.

Il suo lascito è anche nei momenti semplici. Quel saluto dalla finestra del Vaticano, anche quando stava male. Quella volta in Messico, con il sombrero in testa, che ha fatto ridere il mondo. È morto il 2 aprile 2005, dopo giorni di agonia, mentre in Piazza San Pietro migliaia pregavano. Se n’è andato in silenzio, ma la suo eco non si spegne.

L’uomo che manca al mondo

A vent’anni dalla sua morte, Karol Wojtyła resta un vuoto che si sente. Era il Papa che sembrava un amico, con quegli occhi buoni e la voce che tremava. Era il ragazzo di Wadowice che sognava il teatro e ha finito per recitare sul palco della storia. Fragile, testardo, umano. Ha insegnato al mondo a non avere paura, e forse è per questo che, ancora oggi, ci sembra di vederlo affacciarsi da quella finestra, a dirci che si può credere in qualcosa di più grande.