Ci sono squali ovunque, ma non siamo nelle profondità del mare. Siamo all’Unical, nel laboratorio di Zoologia del dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della terra. I volti di chi vi lavora sono affissi all’esterno della porta di ingresso. C’è il professor Emilio Sperone e poi c’è il suo team di ricerca. Quattro di questi volti li ritroviamo all’interno. Mentre il prof è a lezione, loro sono impegnati a portare avanti un progetto importante. Un “Prin”, progetto di rilevante interesse nazionale. Si chiama “Deep Med”, Mediterraneo profondo, perché è laggiù che guarda. Obiettivo: rilevare la presenza di sostanze inquinanti – microplastiche e metalli pesanti – nei fondali marini per avere un quadro della salute delle acque. Come? Analizzando i tessuti di quattro specie di squali e loro “parenti”: gattuccio, boccanera, razza clavata e chimera.

Nello studio del professor Sperone gli squali spuntano in ogni angolo: poster, foto, modellini. «È un appassionato di squali», racconta Gianni Giglio, informatico passato alla Zoologia dopo essere rimasto folgorato dal fascino delle ricerche del docente. Qui è tecnico di laboratorio. «Alcune di quelle foto le ho scattate io», spiega con orgoglio mostrando le immagini degli squali alle pareti. Perché il lavoro tra i cubi dell’Unical è solo una parte della ricerca. O, meglio, delle ricerche, visto che il Deep Med non è l’unico progetto portato avanti. C’è lo studio sul campo, le missioni. In Sudafrica, Madagascar, aree ricchissime dal punto di vista della biodiversità.

Ecco come i componenti del team Unical di zoologia, coordinato dal professore Emilio Sperone, analizzano al microscopio i tessuti degli squali: sono i grandi predatori di profondità le sentinelle della salutae del mare.

È la parte più “selvaggia” del lavoro, poi viene quella più composta in camice bianco. Claudia Valerioti è una delle tre dottorande che, assieme a Giglio, ci accompagnano nella nostra visita. Dismessi gli occhiali da vista, osserva qualcosa al microscopio. «È un becco corneo di un cefalopode», ci spiega Samira Gallo, seduta accanto a lei. Sulla scrivania carta, penna e uno schermo che mostra l’ingrandimento di ciò che è sotto la lente. «Quello che stiamo facendo è un’indagine sulla dieta e sui contenuti stomacali degli squali – continua –. Si tratta di specie che vivono tra i 200 e i 1.300 metri di profondità e lo studio della dieta ci permette di avere un’idea su cos’altro vive a quelle profondità. Abbiamo scelto queste quattro specie anche per comparare le diete e vedere se si nutrono delle stesse cose o hanno scelto come strategia quella di diversificare per non entrare in competizione».

Ma lo studio della dieta serve anche a un’altra cosa: a rilevare la presenza negli stomaci dei pesci di microplastiche, che vengono classificate per forma e colore. I risultati del progetto arriveranno a ottobre prossimo, ma qualche dato c’è già. «Purtroppo vi possiamo già dire che tantissimi sono i frammenti che stiamo rinvenendo – svela Samira Gallo –. Il dato è molto preoccupante perché vuol dire che per frammentazione tutto l’inquinamento prodotto dall’uomo sta arrivando nelle profondità».

L’altra presenza minacciosa è quella dei metalli pesanti. In questo caso, sotto la lente dei ricercatori finiscono pelle, muscolo e fegato degli squali. «Quando rilevati, verifichiamo il livello di accumulo – spiega Giglio -. I campioni vengono sottoposti ad attacco acido per essere trasformati in soluzione e poi analizzati da uno strumento chiamato spettrometro di massa al plasma, che fornisce appunto le concentrazioni dei metalli eventualmente presenti».

Chiara Carpino è un’altra giovane dottoranda del team. È lei a mostrarci, provette alla mano, come funziona il processo.

I metalli pesanti possono entrare nell’organismo degli squali attraverso la pelle o la dieta. «Una volta assorbiti – ci dice Giglio – tendono ad accumularsi nel muscolo, che rappresenta quindi l’indicatore della quantità totale del metallo presente. La pelle e il fegato ci permettono invece di comprendere quali sono le vie di ingresso del metallo: nel caso della pelle la contaminazione è avvenuta tramite contatto con l’ambiente mentre nel caso del fegato tramite la dieta».

Anche in questo caso, qualche dato preliminare c’è. «Dai primi riscontri ci sono tracce di metalli pesanti, ma gli studi sono in corso, bisogna poi analizzare a fondo per poter dire con certezza cosa ci sia o meno di contaminato», chiarisce Gianni Giglio.

Il professore Emilio Sperone, zoologo dell'Unical, illustra ai nostri microfoni l'avanzamento del progetto Deep-Med. Attraverso lo studio degli squali di profondità sarà possibile conoscere la salute dei mari

Non è solo quello che fanno. È come lo fanno. Con la passione che si vede quando ti spiegano procedure complesse, sforzandosi di farti capire sapendo che non hai competenze in materia. O quando ti dicono che il loro è un lavoro in cui non ci sono orari, che assorbe e stanca anche, ma te lo dicono con gli occhi che brillano. Perché «quando ti piace quello che fai non badi a niente», come ci dice Gianni accompagnandoci all’uscita.

Qualche giorno fa il professor Sperone è stato ospite dei nostri studi televisivi a Rende. Ha raccontato com’è nata la sua passione e come si sia impegnato per portarla all’Unical. Non solo per il suo valore scientifico, ma anche per l’immenso valore in chiave di opportunità per i giovani. Per dar loro la possibilità di restare. Un motivo per amare questa terra e non scappare. Qui, dove lui ha realizzato il suo sogno, altri possono fare lo stesso. Alcuni lo stanno già facendo.