Cresciuto in palestra con il padre-allenatore, il ventenne fighter cosentino oggi insegna la disciplina ai più giovani e vuole regalare alla sua città un evento storico: «Il mio obiettivo è dimostrare che anche in Calabria si può fare qualcosa di importante»
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A soli 20 anni, Samuele Aloe ha già conquistato un titolo mondiale di Muay Thai nella categoria 75 kg e si sta affermando come una delle promesse più brillanti di questo sport in Italia. Cresciuto a Cosenza, allenato dal padre e sostenuto da una determinazione rara, il giovane fighter calabrese guarda già ai prossimi traguardi: il professionismo, i circuiti internazionali e, soprattutto, un grande sogno da realizzare a casa sua. In questa intervista ci racconta il suo percorso, la filosofia della Muay Thai e l’impegno quotidiano per trasmettere questa disciplina anche ai più piccoli, con l’obiettivo di far conoscere e valorizzare uno sport ancora poco compreso, ma carico di valori e potenzialità.
Com’è nata la passione per la Muay Thai? Ha influito tuo padre? «Sicuramente è nata grazie a lui», racconta con un sorriso. «È lui che mi ha tracciato la strada, è tuttora il mio allenatore. Sono praticamente cresciuto in palestra, con i guantoni già da bambino. È stata una passione naturale, che ho coltivato fin da subito con entusiasmo».
Vincere è il miglior biglietto da visita
Nel 2022, a soli 16 anni, Samuele è diventato campione del mondo nella categoria 75 kg. «È stato un traguardo enorme per me», racconta. «Ma cerco sempre di tenere un profilo basso. Ogni vittoria è solo un punto di partenza per migliorare. Dopo il mondiale a Roma, si sono aperte tante porte: due mesi dopo ero già in Ungheria, al West Hungarian Fight, e ho vinto per KO al primo round. In questo sport le vittorie parlano per te: più vinci, più vieni notato. È così che si accede anche ai tornei internazionali».
Il percorso in Italia, però, non è semplice. «Nel 2022 ero ancora minorenne, e in Italia non si può combattere da professionisti prima dei 18 anni. Infatti ho debuttato tra i pro solo a giugno dell’anno scorso, vincendo ai punti. Però spesso mi alleno e combatto all’estero, in particolare in Francia, dove c’è una cultura profondissima per la Muay Thai. Lì ho l’opportunità di allenarmi con una vera leggenda: Fabio Pinca. Ma anche in Inghilterra, Germania e nei Paesi dell’Est il livello è altissimo. Hanno un approccio diverso, entrano nel professionismo molto prima e questo si riflette in tutto, soprattutto nell’abitudine a competere».
Uno sport religioso
La Muay Thai, dopotutto, non è uno sport da prendere alla leggera. La chiamano “l’arte delle otto armi” proprio perché consente ai fighter di utilizzare otto parti del corpo: «È molto più complessa e intensa rispetto ad altre discipline. Il contatto è diretto, serve equilibrio fisico e mentale. Ci alleniamo tre, quattro ore al giorno. Non è facile, e non tutti riescono a reggere i ritmi. Ma ti forma, ti dà equilibrio, ti insegna il rispetto e l’autocontrollo – non solo sul ring, ma anche nella vita».
L’aspetto religioso (e scaramantico) è fondamentale: «La Muay Thai ha radici religiose, nasce in Thailandia, dove è strettamente legata al buddismo. Prima di ogni match seguo dei rituali a cui tengo tantissimo. Faccio la Ram Muay, una danza che serve per scacciare la pressione e le energie negative. E ho anche un Sak Yant tatuato sulla schiena, un simbolo benaugurante che rappresenta le otto vette del monte di Buddha. Non puoi scegliere liberamente il Sak Yant: ogni simbolo ha un significato preciso, e ci sono degli step da rispettare».
Oggi, da insegnante, Samuele cerca di trasmettere questa disciplina anche ai più piccoli: «Oggi non è semplice coinvolgere i bambini: ci sono troppe distrazioni, soprattutto legate alla tecnologia. In palestra lavoriamo anche su questo. All’inizio gli mettiamo i guantoni piccoli e li facciamo giocare. Nessun bambino deve sentirsi costretto. L’obiettivo è farli divertire, farli socializzare e, piano piano, far capire che anche in questo sport ci sono regole e valori importanti. Quando capiscono questo, si appassionano da soli. Basta solo guidarli nel modo giusto».
Il sogno: organizzare il campionato europeo WBC a Cosenza
Come si diceva, in Italia non c’è una grande cultura di questo sport e nel Sud Italia è ancor più difficile emergere: «È uno sport poco conosciuto, soprattutto qui al Sud. All’estero è diverso, grazie anche a circuiti importanti come One Championship, che si svolge tra Singapore e Bangkok, in Thailandia. Alcuni fighter italiani partecipano già, ed è sicuramente uno degli obiettivi che ho nel mirino».
Ma i sogni non finiscono qui
«Con mio padre stiamo lavorando a un progetto speciale, che non ho detto ancora a nessuno: organizzare un grande evento a Cosenza, la mia città, e portare qui il titolo europeo WBC da professionista. Il nostro obiettivo è realizzarlo entro l’anno prossimo. Sarebbe bellissimo: un’occasione non solo per me, ma anche per far conoscere e valorizzare questo sport nella nostra terra, dove tra le stesse palestre non c’è molta sinergia e collaborazione come, invece, accade al nord Italia».
Ma cos’ha di speciale la cintura verde WBC?
«È un simbolo potentissimo, lo riconoscono tutti. È la stessa cintura che si vede nei film come Creed o Rocky, quella con i nomi dei più grandi campioni. Fino a poco tempo fa esisteva solo nel pugilato, adesso la WBC ha aperto anche alla Muay Thai. Portare un evento con questa cintura a Cosenza sarebbe qualcosa di storico».
E conclude con un messaggio chiaro: «Vorrei che si superassero i pregiudizi che ancora circondano questo sport. La Muay Thai non è violenza. È rispetto, è disciplina, è crescita personale. Sul ring si combatte duramente, ma fuori dal ring ci si abbraccia, ci si parla, ci si confronta con sportività. È uno sport che può dare tanto, soprattutto ai più giovani. Basta solo conoscerlo davvero».