Dario Brunori, in arte Brunori Sas, è uno degli artisti più ascoltati del 2025. Il suo brano sanremese L’albero delle noci, che dà anche il titolo all’album uscito a febbraio, ha superato i 15 milioni di ascolti su Spotify. Ma la cifra del suo successo non sta solo nei numeri. C’è l’affetto, la coerenza, la profondità. E tutto questo si ritroverà domani sera, 26 marzo, al Palapartenope di Napoli per un concerto già sold out. 

«Sì, perché sarà uno show senza trovate sceniche fini a sé stesse. Tutto quello che si sente è live, con le sue “sporcature” e le sue imperfezioni. Ogni concerto del mio tour è poi diverso dall’altro, e anche in funzione della città in cui mi esibisco. Quindi siccome amo Napoli in maniera appunto speciale, sarà un concerto a suo modo unico».

Napoli, per Brunori, non è solo una tappa del tour. È parte della sua formazione: «Il mio rapporto con la musica napoletana è letteralmente viscerale. Così come lo è l’influenza che nel tempo Napoli, essendo cosentino, ha esercitato in diversi modi su di me».
«Se da un lato sono cresciuto con le canzoni partenopee, da Pino Daniele a Roberto Murolo, ma anche con figure di riferimento extra musicali come Massimo Troisi ed Eduardo De Filippo, dall’altro lato ho anche vissuto in un paese di mare della costa nord calabrese in cui eravamo spesso “colonizzati” dai napoletani».

«Tra noi c’erano ovviamente prima le risse e poi sempre e solo abbracci. Perché in fondo abbiamo in comune molte cose, a partire dall’aspetto comico e teatrale con cui tendo a gestire il mio modo di parlare. Oltretutto mi piacerebbe tantissimo cantare una canzone tradizionale
napoletana».

“Malafemmena” è la sua scelta: «Credo che in questo periodo storico sia particolarmente giusto cantarla». Ma non sarebbe l’unica: «Tra quelle più antiche aggiungerei “Reginella”. Poi c’è “Cammina cammina” di Pino Daniele. La trovo superlativa, perché racconta il punto di vista di un vecchio con estrema tenerezza. È un brano che mi commuove molto ogni volta che lo riascolto, contenuto peraltro in un disco miliare come “Terra mia”, scritto ai tempi in una valle di lacrime».

Brunori non si limita alle parole. Durante i suoi live, accompagna le canzoni con immagini che scavano nella memoria collettiva: «Sulle note di “Per non perdere” spuntano anche alcune immagini del matrimonio di mio padre e mia madre, rigorosamente in Super8. Lo faccio perché mi fa piacere che le persone possano avere degli spunti sui quali soffermarsi sul palco, così da non distrarsi con gli schermi del cellulare».

Quel tipo di distrazione, lui, la evita con il cuore. «C’è molto affetto ai miei live. Non a caso il mio pubblico mi chiama Darione, che per il mio sex appeal è un po’ una caduta tragica, un nomignolo che definisce appunto un legame profondo».

«Il mio pubblico è parte integrante dello spettacolo. Mi piace pensare che ogni concerto sia una festa collettiva, con le sue emozioni condivise, le sue pause, i suoi silenzi. Anche quelli fanno parte della musica».

Domani sera, Napoli restituirà tutto questo affetto. In una sala piena e attesa da settimane, con ventitré brani in scaletta e una band di otto elementi sul palco. Nessuna proiezione futuristica, nessun artificio. Solo musica, storie, emozioni. E un cantautore che continua a farci sentire che, anche oggi, si può ancora essere veri.