Il primo aprile del 1970, sugli schermi giapponesi, in onda su Fuji TV, debuttò il primo episodio di Ashita no Joe (Rocky Joe), l'attesa trasposizione animata del manga omonimo, che due anni prima aveva stregato i ragazzi nipponici, dando vita a un fenomeno di costume senza precedenti.

Ai testi, Asao Takamori, tempestoso maestro degli spokon – i manga sportivi - “anime” e sangue; alle matite, Tetsuya Chiba, mangaka cresciuto in Manciuria durante l'occupazione giapponese.

Il manga aveva ritratto con crudezza la società giapponese della fine degli anni '60 e la grande miseria dei bassifondi, in cui non arrivavano neanche i barbagli del grande boom economico del Paese, che cercava di mascherare le ferite – ancora fresche – della grande sconfitta bellica.

In molti si riconobbero in Joe, il ragazzo che aveva tentato il riscatto, inseguito la vittoria, anche se le sue origini erano modeste, anche se la vita sembrava non avergli dato la mano di carte giusta per battere il banco.

L’anime capolavoro

L'uscita dell'anime fu una consacrazione. La regia venne affidata alle mani sapienti di Osamu Dezaki, mentre al trio delle meraviglie – Shingō Araki, Akio Sugino, Akihiro Kanayama – toccò la caratterizzazione dei personaggi, scandita, quasi dipinta, da una colonna sonora formidabile che fondeva le sonorità quasi blues della ballata enka, dalle radici antichissime, alla marzialità di una marcia di ottoni e tamburi. Il tutto a sottolineare il confronto, l'opposizione tra Joe e il suo avversario Rikishi: l'alfa e l'omega, l'inizio e la fine di una storia immortale.

«Non mostrare mai le tue lacrime a nessuno. Da qualche parte una stella cieca sta bruciando… Il tramonto splende sui sogni di un uomo», recita il brano di chiusura dedicato a Rikishi.

Il cuore nero di Asao Takamori

L'anime e il manga sono due indiscutibili capolavori, sotto i quali batte un cuore nero: quello di Asao Takamori. Padre anche di Naoto Date (L'uomo Tigre), l'autore ha riversato nei suoi personaggi la luce che nella sua vita è sempre mancata, come se cercasse la sua umanità perduta nei volti e nelle vite che creava.

Takamori nacque a Ishihama, nel quartiere Asakusa di Tokyo, il 4 settembre 1936. La sua fu una vita breve e violenta, che si spense all'alba dei cinquant'anni. Una fine prematura che gli risparmiò, tuttavia, un grande dolore.

Da piccolo saggiò sulla propria pelle le conseguenze della guerra e della miseria. Visse per un periodo da sfollato insieme ai genitori e ai due fratelli, fino a quando la famiglia trovò stabilità e i genitori lavoro in una casa editrice. Suo padre morì presto e lui si prese sulle spalle la famiglia, lavorando in un bar spesso frequentato da brutta gente. Imparò a difendersi presto, a usare i pugni, a rispondere alla violenza con la violenza.

L'animo di Takamori era fatto di uragano, non di quiete. Finì in riformatorio, proprio come Rocky Joe; si affiancò a piccole gang, partecipò a rapine e risse; si avvicinò alla lotta e a personaggi chiacchierati che facevano parte della mafia giapponese, e la sua fama di crudele picchiatore finì per precedere quella di autore di manga straordinari.

Aveva abbandonato gli studi presto per dedicarsi alla scrittura di storie per ragazzi. Ma quelle che scriveva non erano favole, bensì racconti duri e spietati di periferie e dolore, fallimenti e polvere. Critiche feroci a un Giappone che voleva correre senza avere forza nelle gambe e che non badava alla sua gente, abbandonata e umiliata. L'assenza di politiche sociali, i numerosi orfani che affollavano le aree più povere, le industrie in cui operai sottopagati buttavano sangue fino a tarda ora, erano la cartolina di un Paese in cui la classe operaia era allo stremo e i senzatetto dannati di un girone infernale molto popolato.

Takamori pubblicò, nello stesso anno, due manga: Rocky Joe e L'Uomo Tigre, per case editrici concorrenti.

«Perché lavoravo su due fronti? Semplice: volevo solo togliermi di torno il lavoro per poter andare a Ginza. Immagino che il pensiero di passare le notti a lavorare, per quanto ammirevole, fosse in completo contrasto con la mia indole personale», raccontò.

E intanto che finiva coinvolto in tafferugli e pestaggi, i personaggi che uscivano dalla sua mente conquistavano tutto il Giappone. Lui si godeva il successo e ogni notte se ne andava in giro per i pub, abbarbicato a due bottiglie di bourbon.

Tutti temevano quel gigante, quinto dan di karate e secondo dan di judo, spesso ubriaco fradicio, che si nascondeva dietro le lenti scure e poteva perdere la testa per un nonnulla. Bastava una parola di troppo, un bicchiere in più, e qualcuno finiva all'ospedale con le ossa rotte.

Si circondava di amicizie potenti con esponenti della Yakuza e con esperti di arti marziali, tra cui un maestro di karate famoso per uccidere "mucche a mani nude", e questo lo rendeva intoccabile.

Una volta, il pezzo grosso di una certa azienda incaricò i membri di una gang di trovare e “punire” Takamori per avergli rubato una donna, una “mama”, che bazzicava in un certo club di Ginza. Ma quando la gang venne a sapere chi aveva alle spalle Kajiwara, si tirò indietro.

L’arresto e il declino

Il 25 maggio 1983 venne arrestato per aver aggredito il vicedirettore dello Shonen Magazine, suo editore, colpevole di aver pronunciato la frase: «Cosa ci troveranno le donne in te?»  

La stampa, che prima lo idolatrava – e temeva –, cominciò a dipingerlo come uno stupratore e un violento. La sua vita cambiò e il telefono smise di squillare. Takamori se ne andava ancora in giro per i bar, ma invece di cercare grane, restava al bancone e beveva il suo gin in silenzio.

Di quel suo lungo periodo di introspezione scrisse:

«Nessuno sa cosa ci riserva il futuro, e quindi bisognerebbe cercare di entrare in contatto con tutti i tipi di persone diverse. Se ti aggrappi ostinatamente a un solo ponte, sprofonderai nell’abisso quando quel ponte cadrà».

Rocky Joe, Yoko e Fassbinder

Non c’è quasi mai amore nelle storie di Takamori, il sentimento è quasi completamente messo da parte, semmai appena accennato, per far posto al sangue e al sacrificio necessario per purificarsi ed elevarsi. I personaggi dell’autore vogliono addentarla la vita, farne strame, urlare al mondo che possono farcela a vincere il destino e usano lo sport con lo stesso animo con cui i samurai approcciano alla spada. Non è solo una disciplina quella che praticano, è un’ossessione compulsiva che li risucchia totalmente, fino alla fine che non è mai dolce, li consuma in una fiammata riducendoli a polvere bianca.

In Rocky Joe, la tenerezza è racchiusa tutta in una storia d’amore soffocata proprio alla nascita e sublimata in una scena dell’anime straordinaria e potente che i due animatori Songino e Araki, trasformano in un valzer di prospettive che ricorda quasi il movimento scenico del successivo film “Martha”, capolavoro Rainer Werner Fassbinder.

Takamori, invece, non fu tenero con la prima moglie, che tradì quasi pubblicamente, e neanche con la sua seconda moglie, la cantante taiwanese Pai Hsiao-yen. Due anni dopo il matrimonio, lei prese la loro figlioletta e se ne andò lontano, dopo averlo denunciato per percosse.

Takamori, isolato e sempre più preda del proprio lato oscuro, stava lavorando alla sua biografia, quando il 21 gennaio del 1987 una pancreatite fulminante se lo portò via.

In qualche modo il destino gli risparmiò una sofferenza atroce.

L’assassinio feroce della figlioletta

Nel 1997 la figlia, ormai adolescente, uscì dalla sua casa di Taipei, a Taiwan, per andare a scuola e non fece più ritorno. La madre ricevette qualche tempo dopo una richiesta di riscatto: 5 milioni di dollari per riaverla viva. Per mostrare che facevano sul serio, i rapitori fecero recapitare alla donna il mignolo mozzato della figlia insieme a una foto della ragazza. Quando la polizia riuscì a fare irruzione nel nascondiglio, era già tardi. Il corpo mutilato di Pai Hsiao-yen lo trovarono sul fondo di un fosso di drenaggio.

Era già morta da dieci giorni. I responsabili non furono mai catturati.

Neanche Takamori avrebbe potuto scrivere un finale più tragico, ci ha pensato il destino che ha steso sulla sua vita e su quella della sua famiglia, l’inchiostro più scuro della tavolozza.