Regionali, cambia tutto: Oliverio carica il bazooka del voto a Natale, scatta la fuga dal Pd

VIDEO | Il voto di ieri in Umbria mette fine all'allenza con i 5 stelle anche in Calabria. Domani Di Maio dovrebbe ufficializzare l'addio. Graziano e Oddati chiedono il voto a gennaio. Ma Oliverio potrebbe anticipare tutti e scatenare il caos tra i dem. Molti dei quali sarebbero pronti a passare nel centrodestra

di Pietro Bellantoni
28 ottobre 2019
13:14
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È la fine di una specie di utopia, lo ammettono tutti. Il tracollo del patto civico in Umbria ha sancito la morte in culla della strana alleanza tra M5S e Pd, nata meno di due mesi fa e già anacronistica, sconfitta dalla storia. Alle prossime Regionali calabresi ognuno andrà per conto suo, con proprie liste e candidati diversi, magari politici “puri” e non più esponenti della società civile.

Ma comunque si andrà oltre il paradigma seguito finora. Adesso tutti aspettano soltanto l'ufficialità. I pentastellati, fin dal primo momento diffidenti rispetto all'intesa con i dem, potrebbero archiviare definitivamente la pratica già domani, al termine dell'incontro tra Luigi Di Maio e i parlamentari calabresi, in programma per il pomeriggio nel Palazzo dei gruppi della Camera.

L'ex vice premier dovrebbe comunicare la fine dell'accordo con il Pd e l'avvio di una campagna elettorale che vedrà il Movimento alleato solo di liste civiche, come da statuto. «Era un'ipotesi che vedevamo fin dall'inizio di difficile realizzazione. Adesso capiremo cosa vuole fare il capo politico», conferma l'europarlamentare Laura Ferrara.

In una intervista a Sky Tg 24, Di Maio annuncia infatti l'incontro di domani «per definire il percorso» che porterà alle elezioni. E anticipa che «il movimento può creare una terza via fuori dai due poli» e ricorda che «il patto civico» con il Pd, in Umbria, «era un esperimento che non ha funzionato».

Il Pd aspetta

Quanto al Pd, aspetta solo che gli venga notificata la richiesta di divorzio. Nessuno, né e Roma né in Calabria, si fa più illusioni.  I dem – che avevano investito tutto nel matrimonio con i 5 stelle – potrebbero disporre di pochi giorni per reinventarsi e trovare una soluzione che scongiuri la disfatta.

Il commissario regionale Stefano Graziano e il responsabile nazionale per il Mezzogiorno Nicola Oddati – tra i più convinti assertori della necessità di far nascere un patto giallorosso anche in Calabria – provano a minimizzare il peso della debacle umbra, non senza rilanciare la necessità di continuare il processo di «rinnovamento» avviato.

«Sapevamo che in Umbria ci attendeva una sfida difficile, una prova per il patto civico e per replicare sul territorio l'alleanza di governo. Il risultato non è stato positivo ma il percorso di rinnovamento e di cambiamento avviato in Calabria resta l'unica opzione percorribile. Non si torna indietro, anzi. Il lavoro va intensificato. Il risultato elettorale è stato condizionato dalle dinamiche locali, una reazione alla classe dirigente regionale».

Un messaggio con il quale Graziano e Oddati prendono atto del fallimento ma, al tempo stesso, ripropongono il veto nei confronti di Mario Oliverio. È una questione di coerenza politica, insomma, perché il Pd non può certo permettersi di smentirsi, dopo mesi passati a ribadire il no alla ricandidatura del governatore.

Oliverio non potrà dunque contare sul simbolo del Pd, nemmeno adesso che il partito di Zingaretti si ritrova praticamente isolato e senza un piano alternativo, a partire dal nome del candidato presidente.

La data del voto

Nel loro messaggio, tuttavia, Graziano e Oddati ammettono implicitamente la grave crisi in cui è appena sprofondato il Pd calabrese: «Il primo punto fermo di questa nuova fase deve essere la scelta della data in cui tenere le elezioni regionali. Chiediamo al governatore Oliverio di indire la consultazione per il prossimo 26 gennaio».

L'appello al presidente della Regione è un chiaro segno di debolezza. Se Oliverio, nelle prossime ore, dovesse firmare il decreto di indizione delle elezioni per il 15 dicembre, i dem sarebbero infatti costretti a inventarsi programma, candidati e alleati in poche settimane.

Dall'entourage del governatore trapela un nuovo ottimismo, nonché giudizi tranchant sulla strategia seguita dal Pd fino a ora. «Mai si era verificato, nella storia della Repubblica, il goffo tentativo di proiettare l'alleanza nazionale nei territori. Questa idea di omologare il Paese era una follia».

Fatta l'analisi, non è ancora chiara la prospettiva. Oliverio potrebbe firmarlo, il decreto? «Prenderà qualche altro giorno per valutare le reazioni, poi si determinerà», assicurano i suoi collaboratori più stretti.

Poco tempo

Il tempo stringe, in ogni caso. Se il governatore dovesse optare per il voto a metà dicembre, avrebbe tempo fino alla fine di ottobre per convocare le elezioni. Per farlo, dovrebbe vincere le resistenze del ministero dell'Interno, che vorrebbe un election day il 26 gennaio, giorno in cui anche l'Emilia Romagna tornerà alle urne. «Ma se Oliverio forzasse la mano, il Viminale non potrebbe opporsi», dicono dalla Cittadella.

Il Pd, a quel punto, si ritroverebbe spalle al muro, mentre Oliverio – che avrebbe già pronte 6-7 liste – si farebbe trovare con i motori già accesi. «È un quadro drammatico», confessa un dirigente dem di primo piano. «Con questo schema, nessun consigliere uscente verrebbe rieletto. In Calabria potrebbe andare anche peggio che in Umbria. Lì il Pd ha preso il 22%, malgrado venisse dal 40 delle ultime Regionali. Noi, pure quando Renzi era arrivato al 40%, ci eravamo fermati al 16. Ora sarebbe un successo raggiungere il 10».

Massacro e fuga

Sarebbe un massacro politico a cui nessuno vuole assistere. La domanda che assilla i dem adesso è una: riusciremo a comporre una lista competitiva? Molti – quasi tutti – ne dubitano. Senza l'apporto dei 5 stelle e con Oliverio in campo, gli aspiranti candidati sanno di avere poche chance di farcela. Sicché non è peregrina l'ipotesi di un nuovo fuggi-fuggi, ovvero che la diaspora si trasformi in un ritorno repentino – e con tante scuse – nella patria di Oliverio. Ai più “coerenti”, invece, non resterebbero che due strade: ritirarsi o bussare alla porta del centrodestra. Pare che in molti abbiano già optato per la seconda scelta.

bellantoni@lactv.it

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Pietro Bellantoni
Giornalista

Sono un figlio degli anni 80. Faccio il giornalista ormai da un po' (professionista dal 2009). Dopo aver frequentato la Scuola di giornalismo dell'Università Iulm di Milano, ho scritto per L...

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