Oddio, che barba la politica calabrese. Patetica, senza identità e a traino dei leader

Dal Pd ai Cinquestelle, dalla Lega a Forza Italia tutti cercano di scimmiottare i capi per entrare nelle loro grazie, ma sono incapaci di esprimere un’idea originale di futuro che riguardi questa regione e ne difenda gli interessi. Intanto il regionalismo differenziato avanza e promette di desertificare quello che resta del Sud a vantaggio del Nord

di Enrico De Girolamo
martedì 29 gennaio 2019
22:59
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Ragazzi, che barba la politica in Calabria. Vecchia e nuova non c’è differenza: è di una noia mortale. L’ultima ondata di tedio è venuta dalle convenzioni dei circoli Pd, le consultazioni in vista degli appuntamenti congressuali nazionali per l’elezione del nuovo segretario. Noiosi i protagonisti, noiose le dinamiche, noioso il risultato. Ha vinto Nicola Zingaretti. E già si sapeva che sarebbe finita così.
Ci sono stati accordi a tavolino e irregolarità assortite un tanto al chilo. E pure questo si sapeva, visto che anche i tesseramenti sono sempre stati un mercato delle vacche.
Hanno cambiato tutti bandiera ammainando quella ormai sbrindellata di Renzi e sono saltati sul carro di quello che quasi certamente sarà il nuovo segretario democrat, Zingaretti appunto. Non c’era certo pericolo di spoiler perché è sempre la stessa storia che si ripete.
Se la tornata congressuale poteva rappresentare un sussulto di partecipazione, il Pd Calabria ha mancato anche questa opportunità. Tutto, o quasi, si è risolto nella solita assunzione di steroidi per mostrare muscoli gonfiati ad arte. Tutti contenti, nessuno soddisfatto, tranne Zingaretti che già si vede al Nazzareno.
Ma non è solo il Partito democratico che è costretto a fare i conti con la banalità della propria azione. Pure tutti gli altri, compresi i “vincenti”, sembrano annaspare in un mare di ovvietà.


Lega e Cinquestelle si limitano a fare da cassa di risonanza alle campagne nazionali, adattandole, quando ci riescono, al minore cabotaggio calabrese, ma senza mai uscire dal seminato. In occasione, ad esempio, del condono edilizio per Ischia voluto da Di Maio, provvedimento che è costato l’espulsione dal Movimento del senatore Gregorio Falco (quello di «torni a bordo, cazzo!») che votò contro, nessuno dei 19 parlamentari pentastellati calabresi ha proferito parola. E questo nonostante il dissesto idrogeologico sia un tema che da queste parti dovrebbe sollevare puntuali e rigorose prese di posizione contro ogni indulgenza legislativa. Ma niente.
Come neppure una parola viene spesa sull’immigrazione, che pure vede la Calabria in prima fila, suo malgrado, per l’accoglienza. Nada di nada. I Cinquestelle preferiscono puntare al bersaglio grosso, cioè Mario Oliverio e la sua ondivaga maggioranza, per essere sicuri di non farla fuori dal vaso, anche se ormai prendersela con il governatore è come sparare sulla Croce rossa.


Stesso discorso per la Lega, che in Calabria sembra completamente silente, in attesa di vivere il suo momento di gloria alle prossime elezioni regionali. Nel frattempo stanno tutti con due piedi in una scarpa, a cominciare dal coordinatore calabrese, il parlamentare Domenico Furgiuele, costretto a irrompere sulla scena soltanto quando deve difendersi dalle insinuazioni sulle sue scomode parentele.
Per il resto c’è il vuoto spinto. I gialloverdi aspettano le Europee cercando di muoversi in punta di piedi. Eppure sarebbe interessante, ad esempio, sapere cosa ne pensano i 5stelle e i leghisti calabresi dell’imminente varo del regionalismo differenziato, già ribattezzato “secessionismo mascherato” - innescato dalla voglia di autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna - che secondo autorevoli osservatori minerà la coesione del Paese, desertificando il Sud con riguardo a servizi pubblici come sanità e istruzione, con buona pace dei principi costituzionali di perequazione e di solidarietà nazionale. Ma no, di questo non si parla, perché bisogna proteggere gli equilibri di governo e le uova nel paniere della Lega, che probabilmente ha perso il pelo bossiano ma non l’ispirazione nordista.


Intanto, le uniche alternative sul terreno si vestono di patetico. Come Forza Italia, che recentemente ha festeggiato i 25 anni dallo storico discorso di Berlusconi, quello del ’94 con la calza sulla telecamera e «l’Italia è il Paese che amo». I big forzisti - dalla coordinatrice regionale Jole Santelli, al vice capogruppo (vicario) alla Camera, Roberto Occhiuto - si sono presentati in conferenza stampa per la photo opportunity, indossando ognuno la propria pettorina azzurra (ideona che ha debuttato un mese fa in Parlamento) sulla quale era impresso uno slogan a scelta, ma rigorosamente trito e ritrito, del tipo “meno tasse, più lavoro”. Come se da qualche parte esistesse un principio antagonista di tale, mostruosa banalità. Invece, sulla loro idea di Calabria neppure un accenno, a parte le solite chiacchiere antigovernative.
L’unica preoccupazione era seguire le direttive nazionali impartite da chissà quale guru della comunicazione che ancora crede di poter contrastare le dirette social di Salvini chiamando a raccolta le telecamere a spalla e scimmiottando i gilet gialli francesi, limitandosi a cambiare colore alla pettorina. Tutto molto noiso e patetico, appunto.


Enrico De Girolamo

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