Zingaretti, altro no a Oliverio ma il governatore e la Bruno Bossio approvano la linea

Mario Oliverio e Nicola Adamo  erano saliti a Roma alla direzione nazionale Pd per strappare qualche concessione a Zingaretti. Insomma, una via d’uscita dal vicolo cieco nel quale si sono infilati da soli. Ma le cose per loro sono andate diversamente

di Pasquale Motta
14 dicembre 2019
19:06
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Mario Oliverio è intervenuto nella direzione nazionale Pd riproponendo la storiella che sta ripetendo da un paio di settimane: passo indietro di Callipo e individuazione di un giovane da candidare alla presidenza della Regione. Tutto ciò, finalizzato alla ricerca dell’unità. Insomma niente di nuovo a largo del Nazareno, almeno per quanta riguarda la posizione di Mario Oliverio. Ferma e secca la risposta di Zingaretti: «Sono mesi che ti propongo quello che tu stai proponendo oggi. Pippo Callipo ha riempito un vuoto creato da una esperienza di governo regionale che evidentemente non ha prodotto il consenso che ci si aspettava» - ha aggiunto il segretario del Pd. Fine della storia. Il segretario nazionale del Pd non poteva essere più chiaro. Insomma porte aperte, garbo, ma sulla scelta della candidatura del re del tonno nessun passo indietro.
Nicola Zingaretti poi, senza citarla, si è tolto un grosso sasso dalle scarpe anche con Enza Bruno Bossio, deputata del Pd e consorte di Nicola Adamo, che qualche settimana fa lo aveva accusato di essere manipolato da Gratteri: «L'’accusa di essere pilotato dalla magistratura - ha esordito il segretario democrat - è una ferita ancora viva che mi provoca dolore. Sono presidente della regione Lazio e so bene come ci si sente da amministratori ad essere verificati e indagati». Parole chiare. Indicazioni nette che non lasciano spazio ad interpretazioni. Una risposta quella del segretario nazionale dei democrat, che volutamente non ha voluto delegare a nessuno.
Alla fine la relazione finale è stata approvata all’unanimità, compreso da Mario Oliverio e dalla parlamentare Enza Bruno Bossio. Una posizione in qualche modo in contraddizione con la dichiarazione diffusa dal governatore, al ritorno da Roma. In una chilometrica dichiarazione alla stampa a commento della sua partecipazione alla direzione nazionale del Pd, infatti, Oliverio, ha invece ribadito la sua posizione. La sensazione che si percepisce è quella che il governatore, comunque vada, la faccia, ormai, l’abbia persa per sempre. Sia nel caso che riterrà di andare avanti, sia nel caso facesse il fatidico passo indietro richiesto dai vertici nazionali. Nel primo caso si renderà complice di aver spianato la strada della conquista del decimo piano della cittadella ad un centrodestra a trazione leghista. Nel secondo caso, invece, confermerà, il carattere personalistico di questo stillicidio politico che dura da mesi. L’approvazione della relazione di Zingaretti, tuttavia, qualcosa vorrà dire.

Mario Oliverio e Nicola Adamo, erano saliti a Roma alla direzione nazionale del Pd, per strappare qualche concessione a Nicola Zingaretti. Insomma, alla ricerca una via d’uscita onorevole, dal vicolo cieco nel quale si sono infilati da soli. E, d’altronde, nella storia politica degli ultimi 20 anni, era andata sempre così. Puntare una pistola alla tempia dei gruppi dirigenti romani per ottenere qualche candidatura, qualche ruolo, per se o per i propri congiunti, e andare avanti, è sempre stata una specialità di Nicola Adamo. Le truppe sempre schierate alla guerra. Ma sono sempre state truppe finte. Peggio, truppe senza equipaggiamento, buone solo come carne da sacrificare. Basta guardare coloro che ancora circondano Adamo e Oliverio, gruppi dirigenti distrutti. Morti. Alcuni anche belle teste, ma completamente fuori gioco. Gli ultimi due sacrificati, Luigi Guglielmelli e Gino Murgi, segretari, rispettivamente, delle federazioni di Cosenza e Crotone, commissariate manu militari dal partito nazionale.
Sentire Oliverio promuovere un giovane, oggi, con un partito lacerato, screditato dal partito nazionale, puzza di opportunismo e strumentalismo lontano un chilometro. Una beffa all’intelligenza di chi sa leggere e interpretare le dinamiche politiche. Le truppe di Adamo e Oliverio, dunque, sono un bluff. Finte pistole puntate alla tempia,  buone, al massimo, per sparare acqua. Niente di più. Eppure, in passato, sono servite per mettere spalle al muro tutti i gruppi dirigenti nazionali che si sono succeduti nei partiti di sinistra negli ultimi 25 anni. Sono servite per mantenere per oltre 5 lustri una redditizia rendita di posizione. Finanche il “rottamatore” Renzi fu costretto a piegarsi alla logica delle minacce delle finte guerre di Nicola Adamo. La ricandidatura blindata della Bruno Bossio alle politiche del 2018, sostanzialmente nacque così, sulla base di minacce di improbabili guerre, in cambio, naturalmente, di altrettanti finti armistizi. Alla fine, il tutto, si è sempre risolto con patti preliminari.

Ovviamente, Roma, ha comunque sempre preso il malloppo maggiore. Basta rivedere la lista dalle politiche del 2006 in poi, ma anche prima, per trovare conferma a tutto ciò. E, d’altronde, Adamo e lo stesso Oliverio, non avevano nessun interesse alla crescita di nuove generazioni politiche. È veramente paradossale, dunque,ascoltare coloro che per tutelare i propri ruoli hanno svenduto sistematicamente la Calabria sui tavoli romani parlare di autonomia, libertà e diritto a decidere della Calabria. Questa volta però, qualcosa deve essere andato storto. Forse qualcuno ha sottovalutato Nicola Zingaretti, il quale, sta andando dritto come un treno, travolgendo tutto e tutti. Forse più semplicemente è finita un’epoca. È crollato un gruppo dirigente che ha distrutto la sinistra sugli altari delle proprie carriere e convenienze politiche. Certo è che, questa volta le cose sono andate diversamente dal passato. Oliverio, dunque, ha una solo possibilità: dichiarare la resa senza condizioni. Il giudizio degli elettori, infatti, potrebbe essere per lui, molto più feroce del giudizio di Zingaretti.

Pasquale Motta
Giornalista

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