Si spartiscono la Rai come la vecchia politica. Dov’è il governo del cambiamento?

Lega e Cinquestelle stanno ridisegnando gli assetti della Tv pubblica a loro immagine e somiglianza nonostante abbiano sempre criticato la presenza asfissiante dei partiti nella televisione di Stato. Fanno quello che hanno sempre fatto tutti, con la differenza sostanziale che in passato alle opposizioni almeno andava la terza rete

 

di Enrico De Girolamo
domenica 29 luglio 2018
15:14
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Luigi Di Maio e Matteo Salvini
Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Alla faccia della coerenza. Se c’è un principio che più di ogni altro ipoteca l’azione di governo di Cinquestelle e Lega, è proprio questo. Qualunque passo facciano, qualunque cosa dicano, non possono sottarsi a questo imperativo: essere in perfetta sintonia con quanto hanno già fatto e soprattutto detto quando a Palazzo Chigi non ci stavano.

 

Dunque, se per dieci anni (il movimento fondato da Beppe Grillo è nato nel 2009) ci hanno letteralmente bombardato con messaggi legati alla mancanza in Italia di meritocrazia e all’insopportabile dominio dei partiti, che tutto vogliono e tutto vorrebbero controllare, davvero non si comprende quale coerenza ci sia nella spartizione col bilancino Cencelli delle cariche pubbliche, che sta impegnando in queste settimane la maggioranza gialloverde.

 

Dalla Cassa depositi e prestiti (il nuovo amministratore delegato è in quota M5s) alle Fs (andate alla Lega), passando per la Rai. Ed è proprio in quest’ultima, in quella che viene definita come la più grande industria culturale del Paese, che si consuma la più sfacciata delle spartizioni politiche, con il presidente designato, Marcello Foa, aperto sostenitore di Salvini, e con l’amministratore delegato, Fabrizio Salini, quello che decide le nomine dei direttori dei Tg, in quota Cinquestelle.

 

A sollevare le maggiori perplessità è Foa, giornalista di lungo corso che ha mosso i primi passi al Giornale di Indro Montanelli, dove fu assunto nel 1989. Ebbene, quelo che potrebbe essere il nuovo presidente ha sempre ostentato la sua fede sovranista, lasciando sui social una scia di commenti e di pensieri che lo riconduce dritto diritto nella galassia leghista. Posizioni estreme e discutibili le sue, come quando il 27 maggio scorso, durante la travagliata formazione del governo, ha dichiarato di provare “disgusto” per le parole del presidente Sergio Mattarella che, facendo leva sulle sue prerogative costituzionali, aveva detto No alla nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia. Un veto che ha evitato all’Italia di finire preda delle speculazioni finanziarie internazionali, che sarebbero scattate se un’antieuropeista convinto come Savona si fosse accomodato sulla poltrona di via XX Settembre.

 

Ma non sono tanto le opinioni di Foa a colpire, quanto il fatto che sia così apertamente schierato con un partito, la Lega, da pregiudicare il ruolo di garanzia che dovrebbe esercitare alla presidenza della Rai. Si dirà: e allora, in passato, i partiti non hanno sempre fatto quello che hanno voluto con la televisione di Stato? Vero, ma proprio per questo non si percepisce alcun cambiamento. Perché, ad esempio, non scegliere un’indipendente come Milena Gabanelli, che inoltre sa bene come funziona la tv pubblica. Forse proprio perché troppo indipendente. Quindi dov’è la novità, dove sta la distanza con la Prima e la Seconda Repubblica?

 

A dire il vero una differenza sostanziale c’è: in passato all’opposizione veniva lasciata una rete e un tg, come la Rai 3 diretta da Angelo Guglielmi, che dal 1987 al 1994 (fonte Wikipedia) ha creato trasmissioni del calibro di Samarcanda, Blob, Quelli che il calcio, La TV delle ragazze, Avanzi, Mi manda Lubrano, Magazine 3, Chi l'ha visto?, Ultimo minuto e Un giorno in pretura. Il “cambiamento” gialloverde, invece, prevede di non fare prigionieri, adottando il più totalitario metodo di spartizione che si sia mai visto.

 

La nomina di Foa rischia comunque di non passare le forche caudine della Commissione di vigilanza, che si riunirà tra qualche giorno. Per eleggerlo servono i due terzi dei consensi, pari a 27 voti su 40 (proprio perché si tratta di un ruolo di garanzia), ma la maggioranza ne ha solo 20. Se, come pare, le opposizioni faranno fronte comune riuscendo a tirare dentro anche i 7 consiglieri di Forza Italia, il Governo incasserà una bruciante sconfitta, confermando che chi di politica ferisce di politica perisce.


Enrico De Girolamo

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