Elezioni regionali, e se destra e sinistra proponessero i sindaci di Tropea e Soverato?

Giovanni Macrì per il centrodestra e Ernesto Alecci per il centrosinistra potrebbero avere tutte le caratteristiche per poter rappresentare la Regione sul piano istituzionale. La perla del Tirreno e quella dello Ionio, le due capitali turistiche della Calabria. Rappresenterebbero lo spaccato dei comuni medio piccoli di questa regione. E la scelta, anche sul piano politico, potrebbe essere di mediazione per entrambi le coalizioni

di Pasquale Motta
giovedì 4 luglio 2019
17:01
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Alecci e Macrì
Alecci e Macrì

Qualche giorno fa qualcuno scriveva che nel centrodestra non ci sarebbero alternative alla candidatura di Mario Occhiuto. Qualcun altro, invece, parlava del modello Cosenza come punto qualificante a favore del primo cittadino bruzio nella corsa alla presidenza. Stesso scenario nel centrosinistra, quando si parla di superamento di Mario Oliverio come candidato alla Presidenza.


Tesi tutte confutabili, chiaramente, ma che, comunque, fanno parte di quell’armamentario di sostenitori a Presidente della Regione, di coloro che, pur dandosi un aureola di novità o di esperienza, praticamente sono espressione di quel ceto politico che da trent’anni la fa da padrone a destra come a sinistra. Il ceto politico calabrese, infatti, resiste e non intende aprirsi a nuove professionalità, a nuove personalità, a nuove esperienze amministrative. Ciò è un dato di fatto. Ad ogni stagione politica, pur di sopravvivere, s’inventa un modello da trasferire alla Regione, magari presentato come il toccasana per guarire tutti i mali di questa nostra sfortunata terra. E alla fine di ogni quinquennio, i calabresi, si ritrovano sistematicamente compatti nel leccarsi le ferite prodotte da false illusioni, da speranze infrante, da sogni che diventano incubi.


La storia ci ha insegnato che i modelli cittadini, anche qualora si rivelassero tra i più efficienti, non hanno mai funzionato in altri livelli istituzionali. È appena il caso di ricordare il modello Reggio e il suo triste epilogo, oppure per fare esempi più blasonati, il modello fiorentino di renziana memoria. Slogan e frasi fatte utili per brevi ed effimere stagioni. Parlare di mancanza di alternative a Mario Occhiuto nel centrodestra oppure a Mario Oliverio nel centrosinistra, dunque, è un vecchio cliché consolidato, usato soprattutto per sbarrare la strada a qualsiasi rinnovamento nell’usurato e consunto ceto politico calabrese.


Eppure, nella nostra regione ci sono esempi di giovani professionisti, imprenditori e amministratori di gran lunga migliori della scalcinata classe dirigente calabrese che ha distrutto la nostra Regione. Una classe dirigente, alla quale Occhiuto appartiene a pieno titolo, essendo pienamente espressione di quella stessa generazione che, a destra come a sinistra, ha scandito i tempi e le azioni della politica negli ultimi 25 anni. Stessa cosa dicasi per l’attuale Governatore che di lustri di potere ne ha qualcuno in più degli altri.


Il campo del centrodestra, almeno allo stato, sembra il più accreditato a vincere le elezioni regionali del febbraio 2020. Secondo diversi sondaggi, infatti, lo schieramento di centrodestra oggi vincerebbe le elezioni indipendentemente dal candidato a Presidente che schiererà nella competizione. Un'occasione propizia, dunque, per tentare di fare uno sforzo di rinnovamento della classe dirigente. In Forza Italia, infatti, comincia ad emergere un certo malessere e conseguentemente un certo disagio verso una linea di difesa ad oltranza della candidatura di Occhiuto. Comincia anche a farsi avanti il ragionamento attraverso il quale si debba interrompere una consuetudine non scritta, secondo cui, a contendersi la leadership regionale, siano sempre le tre province maggiori: Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria.


Sono in molti a pensare in entrambi gli schieramenti che sia giunto il momento di ridare dignità ai territori e ai tanti coraggiosi e generosi amministratori che da questi territori tengono alto il nome della Calabria nel mondo. Lo spaccato dei piccoli e medi comuni della Regione, in tal senso, rappresenta un vero e proprio vivaio. Il sindaco di Tropea, Giovanni Macrì e il suo omologo di Soverato, Ernesto Alecci, per esempio, potrebbero avere tutte le caratteristiche per poter rappresentare la Regione sul piano Istituzionale. Tropea e Soverato sono le capitali del turismo calabrese. Rappresentano lo spaccato dei comuni medio piccoli di questa regione. Le eventuali scelte dei due primi cittadini, anche sul piano politico, potrebbero rappresentare il punto di mediazione per il centrodestra e per il centrosinistra.


Macrì è un esponente di rilievo di Forza Italia, intrattiene buoni uffici con tutta la coalizione e potrebbe rappresentare il giusto attrattore anche per quelle fasce di dissenso del centrosinistra che di Mario Oliverio non vogliono più sentire parlare. Ernesto Alecci, invece, è un esponente del Pd che non viene associato all’establishment riconducibile alla vecchia guardia della sinistra e potrebbe essere un autorevole argine all’emorragia di consenso contro gli attuali assetti Pd.


Le nostre riflessioni, per carità, sono semplicemente dei suggerimenti editoriali, e come tali vanno prese, ipotesi politiche che qualcuno potrebbe ritenere fantapolitica. Tuttavia, se da qualche parte, in entrambi gli schieramenti, dovessero ritenere queste ipotesi e queste riflessioni, un embrione politico sul quale costruire un ragionamento, siamo estremamente convinti che ciò potrebbe rapidamente diventare d’interesse regionale e nazionale, soprattutto in una Regione come la Calabria, ritenuta dai più, immutabile. E potrebbe anche essere una base di discussione sia nelle dinamiche di centrodestra che di centrosinistra, le quali, proprio in queste ore potrebbero essere in rapida evoluzione.


Pasquale Motta

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”
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