Pd Catanzaro, Cuda: «Nel partito veleni per fiaccare la dirigenza»

Dopo l’accesa conversazione nel gruppo WhatsApp dei democrat rivelata dal nostro giornale, il segretario provinciale punta il dito contro i dissidenti: «Che fine hanno fatto i “compagni” di una volta?»

di Redazione
venerdì 27 luglio 2018
17:29
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Gianluca Cuda
Gianluca Cuda

In merito all’articolo pubblicato ieri da LaC News 24, che raccontava dello scontro avvenuto nel gruppo WhatsApp della direzione Pd di Catanzaro, poi repentinamente chiuso, il segretario provinciale del partito, Gianluca Cuda, ci ha inviato la seguente replica, scritta rigorosamente in terza persona.

 

La replica di Cuda

«La precisazione, su quanto avvenuto sul web, non per la presunta gaffe consumata, ma per l’amore della verità e l’affetto verso il partito, perché purtroppo anche da questa vicenda, in sedicesimi, si scorge il clima avvelenato ed i limiti politici e personali che hanno corroso le fibre del Pd.

 

Tutto nasce da un gruppo su whats app che è creato per facilitare la comunicazione ogni volta che si fissano gli incontri della direzione provinciale. Funziona in questo modo: il gruppo viene creato prima delle convocazioni e viene chiuso subito dopo, perché se si tiene in vita il gruppo what app è un surrogato della partecipazione e può disincentivare la militanza attiva. Oltre al limite, tipico della rete, che il tutto si trasformi e si trasfiguri in un’arena, palestra di sfoghi e di rancori.

 

Ed è per dimenticanza che l’ultimo gruppo whats app non viene chiuso e casualmente la scintilla della polemica si accende su di un invito perentorio che il deputato locale Antonio Viscomi rivolge al segretario provinciale di intervenire in seno al gruppo pd nel consiglio comunale di Catanzaro per favorire l’ingresso di un nuovo consigliere, Libero Notarangelo.

 

Ora, non è necessario il possesso di una laurea e nemmeno di una cattedra universitaria ma solo di un po’ di pratica di consigli elettivi, per sapere che la vita dei gruppi consiliari, di tutti i gruppi consiliari di questo mondo è autonoma; è il gruppo consiliare di appartenenza che decide chi fare entrare e chi fare uscire. Il partito è un interlocutore attento ma non interferisce sulle decisioni del gruppo, anzi garantisce che tale autonomia permanga.

 

Ed è proprio per spegnere e minimizzare l’accaduto, perché nel frattempo qualcuno nella discussione non aveva perso tempo per rilevare l’incongrua richiesta, che il segretario interviene per smorzare gli animi e per minimizzare. Da lì a poco la vicenda rientra e di comune accordo si decide che nell’autonoma decisione delle scelte del gruppo consiliare del Pd di Catanzaro, Cuda avrebbe sentito i consiglieri del Pd di Catanzaro.

 

Questi i fatti nudi e crudi. Una discussione privata, tra persone che rappresentano un gruppo dirigente provinciale di un partito e che tale doveva restare.
Ed invece, qualche componente il gruppo whats app decide di estrapolare pezzi di una conversazione privata e decide di darli alla stampa distorcendo in mala fede il significato di quanto era accaduto.
Da questa piccola vicenda ancora una volta i veleni personali mal sopiti da parte di qualcuno o di qualche gruppuscolo contro tutto il partito. Si capisce meglio in tale vicenda alcuni interventi etero diretti che ad intermittenza si susseguono sulla stampa da parte di persone estranee al territorio e che hanno il solo scopo di fiaccare ulteriormente il Pd ed il suo gruppo dirigente. In una fase nella quale, anche un bambino capirebbe che la difficoltà di questo partito è così grande a tutte le latitudini che è la sua stessa esistenza ad essere messa in dubbio.

 

Ed infine, anche questo sintomatico di un involuzione definitiva in atto: nell’articolo per la stampa ci si adonta nemmeno tanto velatamente dell’amichevole e confidenziale “Antò’”, che il segretario provinciale avrebbe rivolto al deputato professore Antonio Viscomi, sottolineando che, forse, nemmeno la sua tata, del professore bene inteso, da bambino si prendeva certe licenze.
Lontani anni luce il tempo in cui in un partito di sinistra ci si rivolgeva confidenzialmente e ci si chiamava fraternamente “compagni”, e con questo appellativo identitario si amava rivolgere verso tutti, tra le persone umili ma anche verso i giganti che magari, da bambino non avevano avuto tate tra i piedi, ma si chiamavano semplicemente Enrico Berlinguer, Pietro Ingrao, Giorgio Amendola».


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