Gianluca Callipo molla Oliverio e va con Occhiuto: «Deluso, bisogna cambiare»

INTERVISTA ESCLUSIVA | Il presidente di Anci Calabria e sindaco di Pizzo è stato l’avversario renziano del governatore alle primarie Pd del 2014, quando raccolse il 42% dei consensi tra i democrat che credevano nella rottamazione della vecchia classe dirigente. La provocazione: «Accolgo l’appello del presidente al civismo, ma scelgo il sindaco di Cosenza per la guida della Regione»

di Pasquale Motta
mercoledì 7 novembre 2018
06:46
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Callipo, Oliverio e Occhiuto
Callipo, Oliverio e Occhiuto

«Accolgo l’appello al civismo lanciato ai Sindaci dal governatore Mario Oliverio, ma lo faccio scegliendo di sostenere il collega Mario Occhiuto come candidato alla presidenza della Regione».
Gianluca Callipo, sindaco di Pizzo e presidente di Anci Calabria, irrompe nello scenario politico calabrese con un clamoroso endorsement a favore del primo cittadino di Cosenza, in pole position per essere il candidato del centrodestra alle prossime elezioni regionali. Un’apertura di credito che farà molto discutere, perché Callipo non è uno qualsiasi. È stato l’avversario renziano di Oliverio alle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato alle regionali del 2014. Nella competizione interna raccolse il 42 per cento dei consensi, pari a circa 55mila preferenze. Un risultato di tutto rispetto che espresse in maniera plastica le aspettative di cambiamento che covavano all’interno del Partito democratico calabrese. Aspettative che, con la gestione di Oliverio e con l’accondiscendenza del Pd calabrese, sono state messe in soffitta. Dal canto suo, Callipo rispettò la promessa fatta alla vigilia delle primarie e non si candidò neppure come consigliere regionale.
Si è pentito di quella scelta?
«Non è questione di pentirsi o meno. Avevo preso un impegno preciso con quella parte del popolo delle primarie che chiedeva un cambiamento vero. Candidarmi al Consiglio regionale avrebbe voluto dire assecondare un modo di fare politica che non condividevo, cercare di conseguire un risultato personale sacrificando l’idea per la quale mi ero battuto».
Adesso, però, sceglie Occhiuto. Perché?
«Per gli stessi motivi che mi animavano allora: il desiderio di veder finalmente cambiare le cose in questa Regione. Ritengo che le aspettative di cambiamento generate nell’opinione pubblica dall’attuale governo regionale siano state disattese. Per questo sono convinto che davanti alla volontà del governatore di proseguire lo stesso cammino, anche grazie al silenzio assenso del Pd calabrese, sia necessario puntare sulle capacità degli amministratori locali che hanno dimostrato di essere un concreto esempio di buon governo, mettendo in secondo piano divisioni partitiche. Mario Occhiuto è uno di quegli amministratori locali che è riuscito a dimostrare sul campo che si può governare bene se c’è il coraggio e la capacità di fare. Cosenza è diventata una città moderna ed efficiente, proiettata nel futuro, capace di ispirare altre realtà amministrative. Il fatto che recentemente sia stata classificata come la quinta città d’Italia e prima nel Mezzogiorno per stato di salute ed ecosostenibilità, è un esempio concreto dei passi compiuti, conseguenza di un progetto coerente con un’idea di sviluppo che condivido. Un risultato frutto di una capacità amministrativa che inorgoglisce tutta la Calabria».
Sì, ma Occhiuto è di Forza Italia, lei del Pd…
«Cambiare significa anche prendere atto che la politica non può più essere inquadrata secondo i canoni tradizionali, esaltando l’appartenenza fine a se stessa. Se vogliamo andare avanti, oggi bisogna puntare sulle persone più che sui partiti, almeno fino a quando questi ultimi non abbandoneranno le vecchie logiche. Non dico che questo approccio sia migliore, ma è l’unico rimasto. Se i partiti, e il Pd in particolare, avessero mantenuto una coerenza di fondo capace di far prevalere le idee sui protagonisti che di volta in volta si danno il cambio sulla scena politica, si potrebbe ancora continuare a ragionare dando priorità ai simboli. Ma così non è. Occhiuto è un amministratore che sta dimostrando di lavorare molto bene ed io sto scegliendo la buona amministrazione, quella fatta da poche chiacchiere e più risultati concreti in materia di sviluppo economico, sociale e ambientale: è ciò che, da calabrese, vorrei anche per la Regione».
Non teme di essere accusato di cambiare casacca?
«Ci sarà sicuramente chi cercherà di speculare su questo aspetto. Ma io non sto aderendo a Forza Italia, non sto cambiando le mie idee, paradossalmente sto solo accogliendo l’appello dello stesso governatore, che ha esaltato il cosiddetto partito dei sindaci come base della sua candidatura e ha chiesto di fare una scelta ispirata al civismo. Se è un approccio legittimo per lui, lo deve essere per tutti. Io continuerò a pensarla come sempre. Nel Pd, d’altronde, non ho alcun ruolo da oltre due anni, né a livello nazionale, né regionale o locale».
Cosa pensa della autocandidatura di Olivero?
«Credo che la forzatura fatta dal governatore per ricandidarsi abbia dato il colpo di grazia al Pd calabrese, annullando il confronto e la dialettica interna. Oliverio, nei fatti, si è imposto, costringendo il Pd a prenderne atto nel momento in cui era più debole, perché in piena fase precongressuale, sia a livello nazionale che regionale. Concorrere nuovamente alla guida della Regione poteva essere una sua legittima aspirazione, ma la scelta del candidato doveva passare per il confronto e la dialettica interna. Se questo è il segnale, mi sento libero di fare le mie scelte puntando su chi credo possa fare meglio, sulle persone che sono esempio di buona amministrazione. Una di queste è senza dubbio Mario Occhiuto. Se sarà candidato alla presidenza avrà il mio sostegno e, ne sono certo, di tantissimi altri cittadini che vorrebbero si replicasse a livello regionale il buon governo che ha caratterizzato Cosenza negli ultimi anni».

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”

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