Il Sondaggio| Il 70% contro la ricandidatura di Oliverio, dai Dem calabresi nessuna reazione

Dal Pd calabrese si sono guardati bene dal riflettere sulla pesante sconfitta politica che ha investito la sinistra calabrese e italiana figuriamoci se sono disposti a riflettere sui dati di un sondaggio proposto dalla nostra testata. Un esercito di militanti, quadri intermedi, rassegnati, magari speranzosi di conquistare un po’ di spazio con una candidatura. Poca cosa di fronte allo sforzo titanico che occorrerebbe per ridare un senso alla sopravvivenza di un’area politica secolare

di Pasquale Motta
lunedì 8 ottobre 2018
19:53
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Una settimana dopo il lancio del nostro nuovo strumento di interazione con i nostri lettori possiamo fare una prima riflessione sul dato  che ci consegna il sondaggio sul gradimento alla ricandidatura del Presidente della Regione Mario Oliverio. Il dato è netto. Il 70% dei partecipanti non gradisce la ricandidatura dell’attuale Governatore della Calabria. Come abbiamo evidenziato nel box del sondaggio che abbiamo predisposto, il test non ha valore scientifico. E tuttavia, rappresenta un’indicazione, una linea di tendenza che non si discosta molto dal voto reale che si è registrato in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo di quest’anno.

 

Nessun timido segnale di ripresa per il blocco politico che sostiene il presidente della Giunta regionale e che vede come capo fila il PD, nell’umore della gente. E chiaramente, nessuna reazione dai vertici del PD e dai quadri intermedi. Il PD calabrese e quello nazionale si sono guardati bene dal riflettere sulla pesante sconfitta politica e sull’ondata di malcontento che ha investito la sinistra calabrese e italiana consegnata dalle urne. Figuriamoci se sono disposti a riflettere sui dati di un sondaggio proposto dalla nostra testata. D’altronde, i protagonisti della disfatta, il gruppo dirigente che da circa 30 anni fa il bello e il cattivo nella nostra regione, sembrano tirare dritto come se i motivi della débâcle non fosseroaffar loro.

 

È evidente che la crisi della sinistra è da ricercare nella sua perdita di relazione con i ceti ai quali si era sempre rivolta. Crisi di contenuti, di linguaggio, incapacità di proporre una visione nuova della società. A tutto ciò, si aggiunga la mutazione genetica della sua classe dirigente, la sua caduta verticale di credibilità, la sua immutabilità da decenni. Una classe dirigente usurata dal potere e dalle sconfitte. Tutti gli spazi sociali e finanche le battaglie di giustizia sociale gli sono stati sottratti dalla Lega e dal M5S. Il populismo certamente è dannoso ma una sinistra che non è più capace di interpretare i bisogni dei ceti popolari, è una sinistra completamente inutile. Gridare contro il populismo, dunque, non gli servirà a niente.

 

In Calabria poi, la situazione risulta ancora più catastrofica di quella nazionale. Mario Oliverio, vorrebbe aggirare il deficit di consenso e di credibilità mollando il simbolo del PD e rifugiandosi nel civismo, un’idea che potrebbe anche essere valida se, non avesse il limite rappresentato dalla convinzione di Oliverio che tutto possa ricominciare da se stesso. Un’operazione di puro trasformismo che non rifletta autocriticamente sull’esperienza di governo della regione di questi anni è destinata a naufragare prima di iniziare.

 

Ma per gli oligarchi del PD calabrese, evidentemente, sono sufficienti l’appello di un centinaio di sindaci che chiedono la ricandidatura del governatore, aggirare organismi e analisi di un partito ridotto volutamente ad un rottame e incapace di reagire politicamente, le solite manfrine trasversali orchestrate da Adamo, un po’ di soldi da distribuire a destra e a manca, la partecipazione a qualche manifestazione al canto di “Bella Ciao” per ridarsi una verginità ideale perduta da tempo, per cercare di resistere alle conseguenze del disastro elettorale, del malcontento crescente, con l’obiettivo, ormai neanche celato, di mantenere la posizione, di sopravvivere al diluvio. Davanti a tutto ciò, un esercito di militanti, quadri intermedi, rassegnati, magari speranzosi di conquistare un po’ di spazio con una candidatura. Poca cosa di fronte allo sforzo titanico che occorrerebbeper ridare un senso alla sopravvivenza di un’area politica secolare. Matteo Richetti, da Roma, tuona contro i “capi bastone” come Oliverio. La reazione dei pro consoli in terra calabra del governatore, Romeo, Guglielmelli, Magorno è avvilente : Richetti tradisce lo spirito unitario della manifestazione PD di piazza del Popolo” -rispondono-. Che poi che “c’azzecca”, per dirla alla Di Pietro,  la manifestazione della piazza con l’esigenza di un radicale rinnovamento è veramente un mistero. 

 

Pasquale Motta

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”

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