Per decenni, abbiamo creduto che la stabilità delle frontiere fosse una certezza intoccabile dell'ordine mondiale. Tuttavia, la storia ci insegna che le parentesi di equilibrio sono solo temporanee. Il XXI secolo segna il ritorno della competizione territoriale, non più solo per mire imperialiste, ma per necessità amplificate dal cambiamento climatico. In questo scenario, non sono solo leader come Vladimir Putin o Donald Trump a modellare le dinamiche globali: il vero dominatore del futuro sarà il clima.

La Geografia come strumento di potere

Il legame tra geografia e potere è antico e strategico. Già nel 1938, il filosofo tedesco Martin Heidegger descriveva l’epoca moderna come «l’epoca dell'immagine del mondo». Le carte geografiche, persino un secolo fa, non erano solo strumenti descrittivi, ma veri e propri strumenti di potere che plasmavano la nostra percezione dello spazio. La denominazione dei luoghi, la delimitazione dei confini e la suddivisione amministrativa erano, e sono tuttora, atti politici che conferiscono legittimità agli Stati e consolidano il controllo sulle popolazioni.

I conflitti del Ventunesimo secolo – per accaparrarsi risorse ed espansione territoriale – possono essere considerate come nuove frontiere della geopolitica. Non si limitano a guerre dichiarate come nel Novecento, ma si manifestano tramite dinamiche meno visibili ma altrettanto significative. L’occupazione russa di Crimea, Donetsk e Lugansk non è solo una rivendicazione geopolitica di Putin, ma una volontà di controllo sulle risorse strategiche ucraine, in particolare le terre rare, vitali per lo sviluppo tecnologico. Allo stesso modo, l'interesse di Trump per la Groenlandia si inquadra nella corsa alle risorse naturali artiche, sempre più accessibili a causa dello scioglimento dei ghiacci.

Il Clima come catalizzatore di conflitti

Il cambiamento climatico in corso ridefinisce il concetto di abitabilità territoriale e altera delicati equilibri geopolitici. L’innalzamento del livello del mare minaccia aree densamente popolate, spingendo milioni di persone verso migrazioni forzate. L’acqua e le terre coltivabili diventano risorse contese, mentre la desertificazione trasforma territori fertili in lande inospitali. Questi fenomeni alimentano instabilità e competizioni, favorendo il ritorno di logiche espansionistiche.

Non bisogna vedere l’espansione territoriale solo come una questione di risorse, ma come una battaglia identitaria. Il nazionalismo contemporaneo ha radicato nei popoli l’idea che il territorio sia parte essenziale della loro identità. Inoltre, questa è una presa di posizione neanche troppo originale. Già nel 1861 Massimo d’Azeglio sintetizzava questa dinamica con la celebre frase: «Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani». La costruzione dell’identità nazionale passa dunque attraverso la mitizzazione dello spazio geografico e la creazione di confini tra “noi” e “gli altri”. Oggi, questa retorica si traduce in nuove rivendicazioni territoriali e conflitti etnici, come sta accadendo tra Israele e Palestina.

Geopolitica: Storia e Teoria

Le teorie geopolitiche del Novecento, da Friedrich Ratzel a Halford Mackinder, hanno fornito strumenti per comprendere la relazione tra spazio e potere. Ratzel paragonava lo Stato a un organismo vivente in continua espansione, mentre Mackinder individuava nello Heartland euroasiatico la chiave del dominio mondiale. Durante la Guerra Fredda, queste teorie hanno influenzato strategie come la creazione di stati cuscinetto e il contenimento dell’Urss. Ma con il crollo del Muro di Berlino e la fine di quella «pace armata fino ai denti», il mondo ha abbandonato la logica bipolare per entrare in una fase di caos e ridefinizione. La teoria della Fine della Storia di Francis Fukuyama immaginava un futuro di stabilità dominato dalla democrazia liberale, ma i conflitti recenti l’hanno smentita. Samuel Huntington, con la sua teoria dello Scontro di Civiltà, ha invece previsto uno scenario frammentato, dove il conflitto non è più ideologico ma culturale.

Un futuro di conflitti per il territorio?

Attualmente, la geopolitica si muove su due binari: la competizione economica e il controllo delle risorse strategiche. Il politologo americano Robert Kaplan, annoverato tra i «cento più importanti pensatori globali», sottolinea come il sovrappopolamento, la scarsità di risorse e i rifugiati climatici siano elementi destinati a scatenare nuove tensioni. In questo scenario, la violenza non è più solo politica, ma anche il prodotto di condizioni di vita estreme che trasformano il conflitto in un mezzo di sopravvivenza.

Il XXI secolo non segnerà la fine della competizione territoriale, ma la sua trasformazione. Il clima, più di ogni leader politico, sarà il vero artefice dei nuovi equilibri globali. La guerra per la terra non è mai finita: ha solo cambiato forma. Le nazioni dovranno gestire le proprie frontiere e comprendere che il futuro dell’umanità dipenderà dalla capacità di adattarsi a un mondo in continua evoluzione.