Spesi 4 milioni e poi lasciato tutto a marcire. «Rimasti soli a difendere il tesoro di Sibari»

La direttrice del Parco archeologico Adele Bonofiglio spiega perché i costosissimi lavori per il drenaggio dell’area non hanno funzionato: «Una Ferrari trattata come un trattore e nessuno in grado di fare manutenzione». Intanto i nuovi allagamenti hanno causato ulteriori danni ai reperti ancora da quantificare

di Monica La Torre
13 novembre 2018
10:38
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Adele Bonofiglio e il parco archeologico di Sibari
Adele Bonofiglio e il parco archeologico di Sibari

Dal fronte del dissesto della Sibaritide, di pari passo con il defluire del fango, si levano anche le voci di chi opera in condizioni d’emergenza, e che poco o nulla può contro procedure malmostose e labirinti grigi. Ne sa qualcosa la direttrice del parco archeologico di Sibari, Adele Bonofiglio, da tre anni al timone di questo titano fragile e misconosciuto, più caro agli atenei tedeschi e statunitensi che ai timidi entusiasmi nostrani, il cui operato ha salvato l’area dal collasso.

Nonostante i nuovi allagamenti (ne abbiamo parlato in questo articolo), Bonofiglio ha scongiurato scenari ancor più apocalittici. Se la decisione di mantenere in essere i vecchi well points, le pompe idrauliche sostituite dalla trincea drenante costata 4 milioni di euro e oggi sott’acqua, era stata corale, è stata lei, per prudenza, a conservarne il generatore, altrimenti destinato allo smantellamento. Solo grazie a questa accortezza è stato possibile rimettere in azione il vecchio sistema, che in questi giorni sta lentamente facendo riemergere l’area dal fango.

 

L’area, dopo l’allagamento dei giorni scorsi, sta tornando lentamente alla realtà, grazie all’accortezza ed alla prudenza mostrata. Ma sul campo, è di nuovo trincea: una trincea musealizzata, difesa strenuamente da pochi addetti ai lavori eroici, impegnati in una guerra impari contro le condizioni avverse d’una mala geografia: fisica e politica.
«Non voglio e non posso fare polemica su quanto accaduto in questi giorni», rimarca la dirigente, ribandendo di voler rimanere, con le sue dichiarazioni, nell’ambito del ruolo istituzionale ricoperto. E tuttavia, si è detta «felice di poter far luce sull’ultimo episodio, perché da tre anni, in quanto direttrice preposta alla vigilanza ed al controllo, io ho cercato di svolgere con coscienza e scrupolo il mio incarico».
Che lo abbia fatto, lo dimostrano le carte. Le tante missive inviate alla direzione del Polo museale per segnalare situazioni di rischio e criticità emergenti.
«In questi tre anni di direzione - dice -, mano a mano che le opere venivano consegnate e collaudate, le ho prese in consegna, verificandone la conformità ed il buon funzionamento, segnalando ogni elemento di rischio. Ritengo di avere sempre operato nel rispetto delle regole e dei ruoli, nonostante mi sia sentita spesso sovraesposta. Inoltre, la trasparenza e lo spirito di collaborazione avuta nel rapporto con le autorità, compreso i Carabinieri del Nucleo, mi fanno attendere con serenità anche la ventilata ispezione ministeriale. Spero serva ad accertare ruoli e responsabilità».

 

«È grazie al personale del museo, che ha messo in atto tutte le azioni possibili per la tutela e la salvaguardia dell’area, che stiamo uscendo da questa situazione», afferma la Bonofiglio. E se altri indosserebbero le vesti del salvatore della patria, in lei manca ogni velleità personale.
Anzi, la soddisfazione è l’ultimo sentimento che troviamo, nelle sue parole: «Sono addolorata. Sia come archeologa, per i danni subiti da un patrimonio inestimabile, sia come responsabile della sicurezza dell’area, per non essere riuscita, nonostante gli sforzi, a scongiurare questo evento». Anni durante i quali la Bonofiglio ha chiesto più e più volte che venisse effettuata la manutenzione di un sistema tanto sperimentale e delicato.

La causa? Mancanza di fondi. «Un sistema così sperimentale e delicato, dalla sua realizzazione ad oggi non è stato mai oggetto di manutenzione. È come se ci avessero dato una Ferrari, imponendoci di trattarla come un trattore. La trincea aveva una garanzia di due anni. Io stessa ho chiamato la ditta che l’ha realizzata, prima della scorsa estate, chiedendo una verifica delle sue condizioni: i tecnici, dopo il sopralluogo, hanno risposto che data l’assenza di qualsiasi manutenzione, la ditta era di fatto assolta da qualsiasi responsabilità relativa ad un eventuale malfunzionamento. Il giorno prima dell’inondazione, avevo lanciato in un incontro un ultimo appello, affinché si tutelasse la piana. Mi sono sentita come una Sibilla: e non è stato piacevole».

 

L’ennesima tragedia annunciata? Si potrebbe dire così. Ma c’è anche dell’altro: «Il generatore delle trincee è talmente complesso, si tratta di un intervento talmente sperimentale, che in zona non ci sono professionalità per verificarne le condizioni di rottura: per provvedere ad una diagnosi e ad una riparazione, il macchinario è stato spedito fuori, e non tornerà prima di una settimana. Sino ad allora, non sapremo neanche cosa abbia potuto provocarne il blocco. Ripeto: mi chiedo se si possa lasciare senza manutenzione una macchina tanto delicata, la cui manutenzione tra l’altro è talmente complessa da non avere in zona tecnici in grado di poterla fare. Dobbiamo trovare competenze capaci di gestirne le fragilità: ingegneri, geologi, personale qualificato».

 

«Oggi, grazie al vecchio generatore, la situazione sta tornando alla normalità - conclude -, ma lascia dietro di se un lungo elenco di opere di risanamento. Penso ai mosaici, agli intonaci dei siti allagati. Ai danni subiti, ancora da calcolare. Alla causa del guasto, tutta da verificare. Alla trincea allagata, senza che in due anni qualcuno l’abbia mai ispezionata. E provo, ripeto, solo una profonda amarezza. Mi meraviglio dell’alzata di scudi provocata da questo allagamento, in un’area che presenta gli stessi aspetti idrogeologici e climatici da 2500 anni. Quello che deve meravigliare, non è che Sibari si allaghi. Bensì, che si abbandonino le gestioni a metà. So bene di non avere responsabilità, ed anzi di aver segnalato continuamente i rischi di tale situazione. Ma di fatto, non sono riuscita a salvare il parco da questa situazione. I miei tre anni di direzione, che dovevano servire per promuovere e per lavorare, sono stati assorbiti dalla gestione dell’emergenza e compromessi dall’immagine negativa che torniamo a dare della Calabria, delle sue incapacità».

 

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Monica La Torre
Giornalista

Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra...

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