Museo di Reggio, boom di visitatori. Il direttore: «La Calabria che si rialza»

INTERVISTA | A tre mesi dalla fine dell’anno sono già 170mila gli ingressi nel complesso che ospita i Bronzi di Riace. Carmelo Malacrino, alla guida dal Marc da 4 anni, tira le somme

di Monica La Torre
sabato 6 ottobre 2018
18:17
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Carmelo Malacrino e la sala dei Bronzi di Riace
Carmelo Malacrino e la sala dei Bronzi di Riace

Negli ultimi anni, al Museo archeologico di Reggio Calabria, è cambiato tutto. Allestimenti, sale, direttore, collaboratori. Si sono registrate aperture al sociale, all’enogastronomia, all’astronomia, alla musica classica. Un nuovo fermento editoriale, e cataloghi autoprodotti. Serate, concerti, approfondimenti. Ma soprattutto, al MaRC sono cambiati i numeri. A stagione non ancora conclusa, i mesi di giugno, luglio ed agosto hanno contato 85.663 ingressi. Il solo agosto, per inciso, ha contato 45.000 visitatori. Al “pienone” hanno contribuito anche le iniziative notturne, le Notti d’Estate al MArRC, con 5.867 ospiti dal 28 giugno al 31 agosto. Numeri importanti, specie in una regione dove altri musei nazionali, quale quello della Sibaritide, contano poche decine di visitatori l’anno. Ottimi rispetto alle scorse stagioni, ed eccezionali se paragonati ai flussi pre-riforma dei beni culturali del 2014.

Gli ultimi anni del MaRC sono stati cruciali. Nel 2009, il Museo chiude per ristrutturazione. I bronzi finiscono dentro la gabbia di palazzo Campanella, sede del consiglio regionale, oggetto di un restauro “a vista”. Vi rimarranno tre anni. Gli uffici di palazzo Piacentini riaprono nel 2011. Nel 2013, è la volta del percorso parziale, atrio e sala dei bronzi. Nel frattempo, la riorganizzazione dei beni culturali voluta dall’allora ministro Franceschini toglie alle Soprintendenze i primi 20 musei d’Italia - Marc compreso -, per trasformarli tutti in musei autonomi. Nella città dello Stretto, il direttore nominato è Carmelo Malacrino. Nel maggio del 2016, è lui ad inaugurare il nuovo percorso espositivo. Quell’anno, i visitatori sono 211.318. (Nel 2015 erano stati 164.083). Nel 2017, il Marc supera di nuovo la soglia delle duecentomila unità: per l’esattezza, 215.844. Quest’anno, siamo già a 170.100 visitatori.

Oggi, oltrepassato il giro di boa dell’incarico conferitogli quattro anni fa, qualche domanda a Malacrino è d’obbligo. Specie sulle incognite future del primo polo museale calabrese. Su tutte, quella costituita dalla tutela dei Bronzi di Riace, ed il rischio d’uno sfruttamento d’immagine grottesco sempre dietro l’angolo. È dei giorni scorsi, la denuncia del manifesto esposto in autostrada, i bronzi grassi su letti di cibo. Prima ancora, la criminale campagna di promozione turistica della Regione del 2011, con i due manufatti animati, trasformati in guappi di paese.

 

Cosa sta facendo il museo archeologico di Reggio Calabria, per promuovere la Calabria e difendere i suoi simboli?

«Noi lavoriamo affinché il Museo divenga simbolo di un’intera regione. Penso a tale proposito che siano i Bronzi a doversi mettere al servizio della Calabria. Ben vengano le visite alle statue più famose del mondo: a patto che si capisca il contesto che le ospita. Il nostro è un museo del territorio. Conserva oggetti di uso quotidiano, che si prestano alla narrazione e al rafforzamento dell’identità regionale. I territori di provenienza sono valorizzati nell'esposizione e in tutte le nostre iniziative, e beneficiano dei nostri flussi turistici».

 

Di recente, allagamenti e polemiche hanno tenuto banco nella cronaca culturale regionale. Pensiamo al drago di Caulonia prestato tra qualche resistenza di troppo, sul web e fuori. Come ne è uscito il museo?

«Le polemiche sul Drago di Caulonia, prestatoci da Monasterace per la mostra Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia, hanno riguardato voci isolate, e si sono fermate ai social. Il mosaico è un protagonista assoluto nella mostra. La visibilità ottenuta dal museo di provenienza grazie all’esposizione reggina ha spento ogni perplessità. Del resto, ripeto: l’obiettivo delle nostre attività, tra le quali le mostre, è proprio di valorizzare tutto il territorio calabrese».

 

La notizia dell’alluvione del 22 agosto ha fatto il giro dei quotidiani nazionali. Come ne siete usciti?

«Abbiamo passato davvero un brutto momento: è stata un’esperienza fortissima. Nel giro di 10 minuti, a museo aperto, con 500 visitatori e uffici pieni, si sono allagati cavedio e deposito. La risposta del personale è stata egregia. Le due esercitazioni effettuate poco tempo prima hanno aiutato a gestire la situazione con calma. Abbiamo curato con tempestività la comunicazione al pubblico. E dopo solo 48 ore, con il supporto di vigili del fuoco e Prefettura, siamo riusciti a riaprire il museo alle visite».

 

Come è potuto accadere?

«Il Museo è stato costruito, nel Ventennio, sull’alveo di un fiume, confluenza naturale delle acque piovane. Dopo una pioggia simile, l’acqua è entrata dagli aeratori e c’è stato ben poco da fare. Abbiamo già provveduto a chiudere le grate. Stiamo studiando provvedimenti definitivi, per scongiurare definitivamente il ripetersi di episodi simili».

 

Abbiamo visto la terrazza del museo riservata ad eventi di vario tipo, anche con momenti conviviali dedicati all'enogastronomia. Da cosa nascono queste aperture?

«I ministeri dei beni culturali e dell’agricoltura hanno decretato il 2018 Anno del cibo italiano. Oltre alle mostre dedicate ("I sapori delle origini", "Abemus in cena. A tavola con i Romani"), nello spirito della manifestazione, abbiamo organizzato appuntamenti culturali in collaborazione con i rappresentanti delle eccellenze enogastronomiche della tradizione calabrese, come l'Accademia del Bergamotto o Costa Viola Gourmet, in chiave transdisciplinare. Conferenze, incontri tematici, approfondimenti, accompagnati da degustazioni. Tutto, nel nome della promozione consapevole».

 

Altre iniziative?

«Insieme alle collezioni museali permanenti, tra le mostre permanenti in corso segnalo l'importanza di "Tanino de Santis. Una vita per la Magna Grecia". Un omaggio dovuto, per uno dei massimi esponenti dell’archeologia calabrese del Novecento. La collezione, donataci lo scorso anno, conta oltre 300 reperti di straordinaria importanza, che sono stati restaurati, catalogati ed esposti al pubblico in un allestimento che ricrea un'ambientazione secondo un criterio biografico-tematico».

 

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Monica La Torre
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  

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