I “grassoni” di Riace simbolo di una Calabria che svende se stessa

L'immagine dei Bronzi utilizzata per pubblicizzare soppressate e peperoncini in autogrill è la metafora di una regione che non si fa scrupolo di mortificare le risorse più preziose che possiede

di Monica La Torre
lunedì 17 settembre 2018
17:55
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Avevo lasciato i salami e la ndujia a Capo Vaticano, appesi fisicamente all'albero maestro del Titanic della brand reputation calabrese. Li ritrovo in trionfo, insieme a cipolla rossa e peperoncino, a Frascineto. Autogrill "Angolo del Buongustaio-la dieta calabrese". Qui, pietà l'è morta, in un trionfo di pipirei abbrucenti, insieme ai Bronzi senza pace, formalmente conosciuti come Bronzi di Riace. Teatro del delitto, un tabellone pubblicitario che è il manifesto ideologico della guerra civile in atto tra la Calabria e se stessa.
All'ingresso dell'Autogrill, il Guerriero A, detto il Giovane, è riprodotto quasi in scala 1:1. Tiene in mano "'a cucchiara", un cucchiaio di legno, ed è circondato da peperoncini e cipolle. Come sfondo, una pizza. Accanto, la replica oscena, la versione ingrassata, deformata del giovane meraviglioso, si distingue per il forchettone di legno. L'area di sosta frigge di insegne alimentari. Salumi, capocolli, ndujia, satizzi, ricchi premi e cotillon. Tornando al manifesto, sull'orlo dell'abisso grafico prima che concettuale, una pseudo testata salutista suggerisce l'idea di un giornale per uomini: un fantomatico "Man's today". Occhiello: Muscoli scolpiti nel lardo in un mese.
E niente, farebbe già male cosi. Ma nel taglio basso, altri titoli che rimandano a quella cosa indistinta e molto inquietante chiamata: femmina. Sottocategoria: moglie/ fidanzata. Paragrafo: rotture di scatole, alla voce: rimedi maschili (ca sennò ù Viagra calabbrisi avund' u' menti?). E davvero, non ne sentivamo il bisogno.
Il contesto ideologico oscilla tra l''albero della Cuccagna dopo la grande carestia del 1764, l'orrore senza nome di Edgar Allan Poe e Vanna Marchi Redux.

 

Nel piangere le sorti del Reperto A, ridotto a prigioniero di guerra, attaccato al carro del vincitore come Vercingetorige a quello di Cesare, sorta di insaccato tra i salumi, ci si ritrova a sperare nella veridicità della leggenda metropolitana del bronzo rubato che professa l'esistenza di un terzo guerriero rinvenuto insieme altri due, e trafugato all'indomani del rinvenimento. Che almeno lui, nel segreto del nascondiglio, si salvi dalle cavallette.
Facezie a parte, io chiedo sommessamente: accetteremmo la stessa accozzaglia in un'area di sosta diversamente calabrese? Bypassereste inciuci tra l'Asiago e gli affreschi di Giotto a Padova? Il carciofo cimarolo e la pietà di Michelangelo a Roma? La bistecca fiorentina e il David di Donatello a Firenze? Neanche a Rimini, accostano piadina romagnola al tempio malatestiano. Quindi: perché? Perchè questa roba deve essere normale? Perché non ci facciamo caso? E soprattutto, perché ci piace? (domanda, questa, ai calabresi). Non sarà mica per la fame atavica che ancora non ci siamo scrollati di dosso?

Si dice che l'illuminazione sia l'incidente che aiuta a capire gli eventi. Per me, è stato l'inciampare nel manifesto ideologico della Calabria che odia se stessa. Lì ho capito che il segreto è nella fame. Certo è che ne abbiamo dovuta soffrire tanta, da avvertire ancora lo stomaco vuoto, che se chiudi gli occhi senti il morso, e ti viene voglia di tuffartici, in quel cibo grasso e forte sognato dai tuoi nonni. Quel cibo che piazzi ovunque. In spiaggia, sugli alberi, alle mani e ai piedi dei Bronzi, insaccando tutto, dal mare alla grecità. Quel cercare conforto nella cipolla, nella ndujia, nel peperoncino, i pipirei arrustuti, l'abbondanza. Il "mangia figghiu, mangia", come il manifesto alle porte della Regione, è il Caronte del prodotto tipico. Annuncia la morte del genius loci, dell'identita culturale, sepolta da una coltre suina, in un sabba norcino che ha il sapore dell'ossessione post carestia.
Perché quando la memoria collettiva ancora muore di fame, l'arte ha senso solo se il Bronzo è grasso.


Monica La Torre

 

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Monica La Torre
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  

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