Calabria, un paradiso senza angeli. Quando il turista è solo una scocciatura

Alla bellezza commovente di luoghi come Capo Vaticano fa spesso da contraltare la mancanza di professionalità di operatori improvvisati che trattano i visitatori come mosche fastidiose. Ecco la storia vera di un piccolo “delitto”

di Monica La Torre
sabato 15 settembre 2018
00:51
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Capo Vaticano, comune di Ricadi, affaccio sotto il Faro di Berto. Mare cobalto, bellezza struggente. Situazione grottesca. Passeggiata panoramica chiusa, transennata da anni.
Unica via concessa agli anziani fuoriusciti dai tre pullman che si riversano sul parcheggio: discesa al piazzale sottostante, con pseudo bar annesso. Tavoli di plastica, sedie di plastica, nessun accenno ad arredo di materiale diverso da: plastica. Anzi. Nessun arredo proprio. A sfregio di qualsivoglia criterio estetico, dall’albero antistante l’ingresso, pendono appesi, come l’impiccato dei tarocchi, una soppressata, un capocollo, due salami, una ndujia, qualcosa di simile ad un pomelo, qualcosa di simile a delle salsicce. Il mare sullo sfondo, il paesaggio è cosi nobile da stridere con questa pagliacciata orrenda, tanto che ti sembra sentirne i lamenti di pena.

 

Sotto l’albero, un tavolo di plastica vuoto, una tovaglia di plastica a girasoli giganti ormai stinti, una bandiera italiana in rasatello sintetico stinta anche lei. Il senso sfugge del tutto. The day after in confronto è viale Ceccarini a Riccione.
L’effetto è quello di un energumeno che prende a ceffoni una ragazzina indifesa. Lo scempio concettuale prima che estetico di una Natura tanto emozionante, si traduce in un senso di violenza quasi fisica. A coronamento della morte della bellezza, il siparietto che di lì a poco va in scena al “bar”, sigilla e spiega l’accozzaglia esteriore del tutto.

 

Una signora si rivolge alla commessa: «Posso andare in bagno?»
No! risponde la tipa con livore, il tono acido come se fosse punta da una vespa, lo scatto di chi è preda vivente di un astio covato da trent’anni di frustrazioni.
«Che qui è da du misi che chiedete ù bbagnu sanza pagari nenti. E jghieu a Milano sei euro ho dovuto pagari pi putiri andari a lu bagnu. È un continuu, na processione».
«Ma scusi - insiste la cliente -, prima mi faccia andare in bagno, poi consumo...».
La cassiera neanche la sente. Si gira cercando una sponda verso la persona sbagliata. Ovvero, la sottoscritta. È un fiume in piena.
«Capiscisti? - prosegue in trance agonistica - qua si conzuma, o nenti bagnu, che ghjieu a Milano sei euro, sei euro...».
«Signò, le lezioni di vita sul cesso anche no, grazie", rispondo infastidita.

 

E con ogni probabilità è per questa mancata empatia, che alla mia richiesta «un caffè ed un bicchiere d’acqua» risponde gelida: «Nu biccheri d’acqua non si può. Qui solo bottigliette».
Vabbè: ciaone, penso, e mentre esco faccio notare che se le cose stanno cosi, la signora si può tenere la bottiglietta e il caffè. Del resto, poco male, mi illudo, perché penso: “Scendo a Grotticelle e il caffè me lo prendo lì”.

 

Ma da ingenua patentata che sono, non sapevo che il peggio doveva ancora venire. A Grotticelle, il pressappchismo coatto di una gestione balneare a dir poco “invadente”, cancellava ogni traccia di poesia. Un crogiuolo di ombrelloni e tedeschi spiaggiati si amalgamava ad un altoparlante lanciato a millemila decibel, dal quale una Maga Magò dalla voce urticante come una medusa, con una fonetica ed una cadenza che ti viene da pensare “oddio, ma è Lercio?”, ti invita al bar, al ristorante, al lido, a mangiare «bomboloni caldi caldi caldi, alla crema, all’arancia, al caffè caldi caldi caldi, affrettatevi un euro due euro tre euro caldi caldi caldi».

 

E mentre capivo come, prevedendo tutto questo, Berto potesse aver scritto il Male oscuro, pensavo allo scempio cupo che i figli di una campagna livida, quella calabrese, hanno fatto di un mare che non amano, di un turismo che gli sfugge mentre tentano di fregarlo, di una terra che non capiscono, che non gli è mai appartenuta, e che hanno trasformato nella caricatura violenta di un film di Albanese.
E davo ragione alla vecchia contessa che narrava degli sfracelli perpetrati dai figli dei contadini e dei fattori, quelli che la roba del padrone è bravo chi la brucia, quelli diventati esattori prima e amministratori poi, perché per guastare con tanta veemenza un paesaggio tanto raro non basta l’indifferenza. Non basta la mancanza di professionalità. Per fare tutto questo ci vuole un odio costante, e dispetto, e rancore.

 

E penso ai pochi che hanno coraggio ad operare con professionalità, in un contesto tanto duro, da meritare la medaglia al valore. Per loro, gloria e onore. Per gli altri, il deserto dei tartari e l’oblio perenne. Il Dio della bellezza, se esiste, e non si è fermato ad Eboli, non avrà pietà.


Monica La Torre

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Monica La Torre
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  
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