Lettera a Giannino Losardo, vittima di 'ndrangheta

L'esponente del Partito comunista italiano fu ucciso 39 anni fa dalla criminalità ma nessuno conosce ancora il volto dei suoi sicari e dei mandanti. Oggi, dopo tutto questo tempo, come stanno le cose a Cetraro e in tutta la zona del Tirreno cosentino? La lettera di una giornalista fa la fotografia a un quadro desolante

di Francesca  Lagatta
21 giugno 2019
21:00
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Un’immagine dell’epoca del consigliere comunale Giannino Losardo, trucidato dalla ’ndrangheta nel 1980
Un’immagine dell’epoca del consigliere comunale Giannino Losardo, trucidato dalla ’ndrangheta nel 1980

Caro Giannino,

oggi ricorre il 39esimo anniversario dell'agguato che ti portò via, il giorno successivo, un caldo 22 giugno del giugno 1980.

Ti ha ucciso una scarica di proiettili sparati da due killer in sella a una moto, mentre tu rientravi da un consiglio comunale a Cetraro, nel quale rivestivi il ruolo di consigliere tra le fila del Partito Comunista Italiano, incarico che svolgevi con dedizione e grande senso di responsabilità, contemporaneamente al ruolo di segretario capo della Procura di Paola.

I sospetti sul boss Franco Muto

Dicono che ti abbia ucciso la 'ndrangheta, perché tu facevi la lotta alle 'ndrine, ma 39 anni dopo non sappiano né il nome di chi ha premuto il grilletto, né chi glielo comandò. L'omicidio si consumò sulla strada a qualche centinaia di metri dall'abitazione di Francesco Muto, detto Franco ù luongo, colui che anni più tardi sarà indicato dalla magistratura come un temutissimo boss di 'ndrangheta, ritenuto a capo di una potente cosca. In principio la procura sospettò di lui, sospettò che avesse comandato lui l'agguato mortale perché ti eri messo in testa di fare la guerra a quello che sarebbe diventato il pericoloso "Re del Pesce". Ma i giudici scagionarono il futuro boss dalle accuse in primo e in secondo grado di giudizio.

Negli anni a seguire non c'è stato verso di capire chi, come e perché ti volle morto. Le indagini della magistratura sono sembrate spesso lacunose e si è avuta come l'impressione che chi sapeva, non avesse voluto parlare. Niente di vecchio e niente di nuovo.

Simbolo incontrastato della lotta alla mafia e alla corruzione

Caro Giannino, per questi motivi begli anni a venire sei diventato simbolo incontrastato della lotta alla mafia in quella striscia di terra del Tirreno cosentino, dove qualcuno fino a poco tempo fa pensava che mafia e corruzione fossero una mera invenzione giornalistica.

Dicono di te che avessi una testa dura come il cemento, che fossi caparbio al punto da lasciarsi ammazzare per difendere le proprie idee e i propri valori. Dicono che non era possibile corromperti e che non eri un comunista col rolex come quelli di oggi, ma credevi davvero nell'equità e nell'uguaglianza sociale.

Il ricordo indelebile

Io nacqui cinque anni dopo la tua morte, non ti ho mai conosciuto, ma ho imparato ad amare il tuo ricordo mediante il racconto di chi ha avuto il privilegio di conoscerti. E oggi non ho potuto fare a meno di pensarti e di fare una profonda riflessione, sul ruolo della politica, dell'antimafia e del giornalismo, professione, quest'ultima, in cui credo profondamente, anche se ogni giorno di più, il filo della speranza diventa sempre più sottile. 

Oggi tutto come 40 anni fa

Mi duole il cuore doverti dire che, 39 anni dopo, qui le cose non siano cambiate affatto. Il boss è stato finalmente arrestato una mattina del 19 luglio di tre anni fa, ma i problemi della costa non sono stati risolti né sono diminuiti. Forse perché pure il boss era diventato la scusa per continuare a nascondere una situazione vergognosa che nessuno ha ancora oggi il coraggio di denunciare. Il boss era solo parte integrante di un sistema malato che si muove tutto intorno alla politica, alla massoneria deviata e alla criminalità organizzata, che viaggia spedito sull'asse tra compari e istituzioni. E troppo spesso le cose si fondono e si confondono.

Solo un regolamento di conti 

Oggi qui abbiamo i paladini di tutto ma buoni a nulla, la politica è solo uno strumento per raggiungere una posizione sociale all'interno di una società che ha perso l'orientamento. Qui ognuno pensa ai cazzi suoi e se ne frega dei cittadini, e chi prova veramente a metterci cuore e passione, puntualmente viene deriso, isolato, emarginato. Tanto nella politica, tanto nel gironalismo. O sei parte del sistema o sei fuori. La normalità, qui, non esiste nemmeno più. Non sappiamo più nemmeno cosa sia. Oggi la politica ha perso l'etica e la morale, è tutto uno sgomitare, un brulicare di imbrogli, abusi e soprusi con cui regolare i conti, personalissimi conti. Denunciare è considerato quasi un atto di pericolo.

La politica subdola e ricattatrice

Caro Giannino, qui, oggi, sul Tirreno cosentino, chi non ha votato per i "vincenti" all'ultima tornata elettorale, è costretto a pagare con l'umiliazione della ritorsione. E quel che più dispiace è che a usare questi metodi è sempre chi impronta la propria campagna elettorale sui temi della libertà e della legalità. Caro Giannino, qui in campagna elettorale c'è stato chi ha offerto posti di lavoro in cambio di voti e la gente, per bisogno e per disperazione, ha accettato il compromesso. Non è cambiato e forse non cambierà mai nulla. A volte mi fermo a riflettere, penso a chi dovrebbe sbrogliare i fili della matassa e viene spesso delegittimato, penso soprattutto ai magistrati e ai loro collaboratori, la parte sana, a cui tocca un compito difficile e gravoso, che svolgono in perfetta solitudine e ostacolati, oggi come allora, dall'omertà e dall'indifferenza della gente.

Vale sempre la pena di lottare?

Caro Giannino, mentre ti scrivo mi chiedo se valga ancora la pena lottare, rischiare tutti i giorni, subire insulti, offese e umiliazioni pur di non fare un passo indietro e ammettere che stare da questa parte della barricata stiamo perdendo. Qui il problema è rappresentato anche dalla finta antimafia, quel carrozzone di arrampicatori sociali, viscidi, codardi e truffaldini, che ci illude e ci inganna tutti i giorni e lo fa in nome vostro, in nome di chi ha dato la vita perché ha creduto in un futuro diverso, in un futuro fatto di libertà e democrazia.

Invece sono sono passati 39 anni, noi non sappiamo ancora il nome di chi ci ha privato dell'ultimo vero combattente cetrarese e quel sistema marcio e colluso che tu volevi sgretolare è diventato sistema collaudato, implicitamente accettato da tutti. Da tutti.

Tutto rimarrà immutato

Caro Giannino, passerà ancora un altro un anno, tu verrai ricordato e venerato ancora nelle piazze e nelle vie di questo terra, noi continueremo a denunciare, ma non sapremo ancora chi ti ha ucciso e perché, nel frattempo la gente si scannerà ancora per una poltrona e i farabutti continueranno a fare affari sulle spalle dei più deboli.

Avremmo bisogno di un Giannino Losardo anche oggi, ma dietro di te hai lasciato il vuoto. Spero che nel posto in cui ti trovi adesso tu abbia finalmente trovato pace e giustizia, perché qua non ce n'è e non ce ne sarà ancora per molto tempo.

Un abbraccio fin lassù.

Francesca Lagatta

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Francesca  Lagatta
Giornalista

Francesca Lagatta è nata a Praia a Mare l’11 aprile del 1985. Dopo molteplici esperienze con la stampa locale, nel 2011 approda dapprima ad Hi Tech Paper del giornalis...

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