Vini di Calabria, lo studioso conferma: «Cambiamento in atto»

INTERVISTA | Matteo Gallello, caporedattore di Porthos, vera bibbia del settore, non ha dubbi: la produzione della nostra regione ha le carte in regola per eccellere. Ecco come

di Monica La Torre
giovedì 31 gennaio 2019
11:35
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Se hai 33 anni, e da 10 riesci a vivere facendo del vino il tuo mestiere, significa che sei talentuoso, infaticabile e cocciuto. E Matteo Gallello, critico, docente, consulente e organizzatore di eventi “che contano” nel panorama enologico italiano ed internazionale, certamente lo è. Se poi aggiungiamo due lauree, (informatica umanistica a Pisa ed editoria e scrittura a La Sapienza), i libri, gli articoli, le docenze, il gioco è fatto. Chiamasi vocazione. La stessa che ha portato il nostro, giovanissimo, ad affiancare Sandro Sangiorgi a Porthos, storica rivista e casa editrice, ora associazione culturale, attiva da vent'anni nel mondo del vino naturale. "Ribelle, nobile, disperato. Indipendenti da sempre, ci occupiamo di vino, cibo e cultura", recita la testata dell’associazione indipendente, che gestisce rivista, sito web, centro di formazione e casa editrice (www.porthos.it). Uno slogan che è manifesto programmatico, dichiarazione di'intenti, contro lo stereotipo, la massificazione, la sofisticazione della produzione industriale del cibo e del vino.

I porthosiani

Chiedete in giro. Lo sguardo di Porthos sul “liquido odoroso” fa scuola. È sensibile, colto, raffinato. Gallello, da cinque anni racconta i vini del Sud specie quelli di Calabria ed è tra i conduttori degli incontri promossi nello stand Vinitaly della regione. Oggi, è il narratore del cambiamento che sta investendo cibo e vino tra Altomonte e Reggio. Parole d’amore, che raccontano di una nuova sensibilità produttiva. E di una nuova speranza.


I critici sono concordi nel dire che la Calabria sia alla vigilia di una rivoluzione enogastronomica. Lei cosa ne pensa?

Più che di rivoluzione, parlerei di attenzione. C’è saggezza, in Calabria. Una maggiore tutela per la natura e il territorio. Intelligenza, finalmente, nel modo di proporre le cose: mezzi più adeguati per far arrivare il messaggio giusto al maggior numero di persone possibili.


Qualche esempio?
Emblematica la storia di Stefano Caccavari, ideatore di Mulinum, a San Floro di Catanzaro. Ha salvato l’ultimo mulino in pietra calabrese, coltiva e lavora grani antichi, ha creato una start up alimentare con una piattaforma di crowd founding che gli ha permesso di raccogliere mezzo milione di euro in 4 mesi. L’esempio perfetto di innovazione, reperimento delle risorse, comunicazione.


E nel vino?
Anche nel mondo del vino ci sono vignaioli che hanno studiato enologia, magari sono andati a farsi le ossa fuori, e hanno riportato nelle vigne di casa le pratiche apprese altrove. Sono tornati indietro, si sono sacrificati in nome della tradizione. Sono loro a perseguire, in Calabria criteri di naturalità, rispetto per i vigneti, salvaguardia. Se singolarmente mostrano approcci diversi, l’obiettivo è il medesimo: l’amore per la terra.


Suona confortante. Ma sono tutte rose e fiori?
Certo che no. I rischi sono dietro l’angolo. Il più pericoloso è l’isolamento. Il non fare rete, perdere l’occasione per confrontarsi, non riuscire a fermare la fuga di capitale umano. Se le persone con le potenzialità più alte se ne vanno, si perdono gli uomini, d’accordo. Ma si perde soprattutto l’opportunità di valorizzare le risorse.


Di cosa è fatto il nostro tesoro?
La ricchezza della regione è ovunque. Natura, cultura, arte. Luoghi di raro incanto, nascosti persino agli occhi dei loro stessi abitanti. Siamo la regione con la varietà autoctona tra le più ricche d’Europa. Aziende come Librandi lo hanno capito, e lavorano da tempo in ambito sperimentale, investendo nel recupero di essenze antiche. Ma penso anche a uomini come il professor Orlando Sculli, “Benemerito della vitivinicoltura Italiana”, per i suoi studi sui vitigni autoctoni della Locride, con i quali ha contribuito al recupero degli antichi vitigni dell'area Grecanica.


Secondo lei, quali sono le zone più affascinanti?
Amo il reggino, la zona grecanica. Il letto dell’Amendolea regala uno scenario naturale unico, così come Pentedattilo, Condofuri, passando per Bagaladi e Roccaforte del Greco, ai piedi dell’Aspromonte. Una terra che produce vini da meditazione tra i migliori al mondo, un’area strategica tra Bianco (zona del Greco e del Mantonico), e Palizzi, con produttori come Nino Altomonte, o Bova, dove sono i fratelli Traclò, artefici di un piccolo miracolo, una vera gemma, il Lanò, prodotto da un vigneto antico, vecchi alberelli a 700 metri sul livello del mare, il cui nome riprende il termine greco a indicare il palmento di pietra dove si pigiavano le uve. Ce ne sono ancora centinaia, usate fino a pochi decenni fa (altra cosa che fa capire l’importanza, nella cultura calabrese, della produzione del vino).


Altre zone strategiche?
Sicuramente la provincia di Cosenza. Il Pollino, San Marco Argentano, Spezzano Albanese, Castrovillari, Saracena, dove troviamo tra l’altro Maradei, forse l'unica azienda vitivinicola biodinamica della regione. Zone di Magliocco e Guarnaccia, interessantissime.


Cosa dobbiamo sperare, in futuro?
Che la regione si renda conto del potenziale che ha, che tutte le cantine con le carte in regola si diano da fare per diffondere idee e mentalità virtuose, come hanno fatto i produttori del Cirò. Loro si parlano, collaborano, discutono insieme, fanno rete. Non è un fenomeno così comune, in Calabria: ma tutti dovrebbero trarne esempio.


Come mai questa “nouvelle vague”?
Nel 2010 c’è stata una spaccatura. Era cambiato il disciplinare di produzione, che apriva all’inserimento di vitigni “migliorativi”. Chi si è ribellato, ad iniziare da Francesco De Franco, è stato presto seguito da altri (Cataldo Calabretta, Sergio Arcuri, Mariangela Parrilla, Assunta dell'Aquila), tutti vignaioli che cercano rispetto e naturalità. Oggi si guarda alla nascita di un distretto biologico, per il favore di condizioni ambientali e ambizioni. È un approccio felice, che dovrebbe essere ripreso anche in altri contesti, dal caseario all’olivicoltura.


Come hanno risposto ristoranti, enoteche, locali, a questa crescita dell’enologia?
C’è stato un deciso miglioramento della ricettività. Bravi professionisti, strutture con gente consapevole, agevolata dalla crescita della domanda, dal mercato più ricco. Se il cliente è informato e in gamba, il locale deve adeguarsi.


E sul versante opposto, quello del consumatore? Come spiega questa attenzione crescente al nascosto ed originale che sta avvantaggiando la Calabria?
Credo che la Calabria abbia saputo tirare fuori il carattere. Si sono incontrate due esigenze. Da un lato, grazie a produttori illuminati, artigiani attenti, gente che nel corso del tempo si è fatta carico di belle responsabilità, si è riscoperto il carattere di vitigni quali il Gaglioppo, o il Magliocco. Dall’altro, la ricerca costante dell’originalità, dell’autenticità, del territorio, dei vitigni autoctoni da parte del mondo della critica del vino ha fatto sì che la Calabria potesse emergere.

 

Il prossimo appuntamento con Matteo nella sua terra d'origine, la Calabria, è previsto il 9 febbraio, in uno dei templi della gastronomia regionale, nello stesso ristorante Abbruzzino, a Catanzaro, già oggetto di un nostro 'peana'. Qui, la Fondazione italiana sommelier - Calabria ha organizzato una degustazione guidata da Gallello sul tema "Cirò e il gaglioppo, un'altra armonia". Le motivazioni, quelle di celebrare l'avvenuta mutazione genetica delle pratiche di collaborazione e sinergia tra vigliaioli, overo la Rivoluzione dei Cirò Boys. «Il Cirò racchiude l’eredità dirompente della finezza mediterranea, il vitigno Gaglioppo è il mezzo per riportarla alla luce», recita il comunicato della Fis. «In questo scenario un nucleo di giovani vignaioli è finalmente unito dall’intenzione e dalla possibilità di agire insieme, di confrontarsi e di ottenere davvero il vino del luogo. La limpida vocazione dei rossi e dei rosati misurerà la propria sintonia gastronomica con le ricette e la cucina della famiglia Abbruzzino».

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Monica La Torre
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  
Lacnews24.it
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