Villa omaggia Emanuela Loi: «Chi muore in divisa non viene dimenticato»

Durante la 50esima tappa di A-Ndrangheta ricordata l’unica donna della scorta uccisa durante la strage di Via d’Amelio. L'auditorium dell'istituto alberghiero è stato intitolato a lei 

di Redazione
18 novembre 2019
19:44
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L’incontro a Villa San Giovanni
L’incontro a Villa San Giovanni

 È sempre in prima linea Tina Montinaro, moglie di Antonio, il caposcorta di Giovanni Falcone, morto nell’attentato di Capaci. Tina era presente questa mattina all’istituto alberghiero di Villa San Giovanni, per l’intitolazione dell’auditorium a Emanuela Loi, l’agente di polizia che faceva da scorta a Paolo Borsellino. «Per me è un onore e un impegno poter ricordare e mantenere viva la memoria di tutti gli agenti morti – ha raccontato la Montinaro – ai giovani bisogno dire che bisogna prendere tutta la Polizia di Stato come esempio, devono vederli come loro fratelli, loro padri. È nostro compito accompagnare i ragazzi in questo percorso di memoria e oggi siamo qui per ricordare l’unica donna poliziotto caduta in una strage». Un appuntamento, il 50esimo, che s’inserisce all’interno del progetto A-ndrangheta, fortemente voluto dal questore di Reggio Calabria, Maurizio Vallone, in collaborazione con l’associazione Bi-esse della presidente Bruna Siviglia. Oggi a Villa San Giovanni anche Antonio De Iesu, vice direttore generale della Pubblica sicurezza.

 Legalità, questione etica

«La legalità è una questione etica – ha dichiarato De Iesu – questo è un progetto importante perché crea un sistema. Si può cercare di sensibilizzare i ragazzi ma li devi coinvolgere e quest’iniziativa ha questo grande valore e in questo il questore Vallone ha fatto un grande lavoro di raccordo con tutte le istituzioni».  Tante le testimonianze di uomini e donne che hanno vissuto da protagonisti quegli anni difficili. Fra loro anche l’attuale procuratore di Palmi, Ottavio Sferlazza, allievo di Paolo Borsellino, il procuratore generale di Reggio Calabria Bernardo Petralia e il prefetto di Reggio Calabria Massimo Mariani.

«Ho visto crescere tantissimo la società civile in questo difficile paese, per questo – ha confermato il procuratore Sferlazza- ho buoni motivi di credere che, come diceva Falcone, questo fenomeno umano avrà una fine. Sono convinto che con voi giovani ce la possiamo fare. Per questo vi invito a vivere da uomini liberi, soprattutto liberi dai debiti di riconoscenza nei confronti dei mafiosi o dei politici di un certo tipo perché questi debiti (come ad esempio un posto di lavoro) sono delle cambiali che prima o poi scadranno e, in una terra come questa, quando vi verrà chiesto di restituirlo, probabilmente, vi costringeranno a violare delle leggi. Vivete, dunque, da uomini liberi e studiate con passione perché solo la cultura vi potrà dare quella coscienza critica che vi consentirà di cogliere determinati fenomeni sociali e di essere dei buoni cittadini».

Il ruolo delle scorte

Un invito che ha visto la platea entusiasta nel comprendere che le cose possono cambiare. Così come confermato dal procuratore Petralia che ha riconosciuto nei tanti giovani presenti la possibilità di cambiare davvero qualcosa e ricordato il ruolo fondamentale della scorta che:« è qualcosa di più della semplice colleganza che porta ad identificarsi come in una famiglia».

A fare gli onori di casa la preside dell’istituto Alberghiero Carmela Ciappina che ha accolto un auditorium colmo di giovani e di autorità. «Oggi siamo qui per costruire insieme ai ragazzi una società civile basata sui principi della legalità, della giustizia e della libertà – ha esordito la Ciappina – vogliamo fornire agli studenti delle opportunità per acquisire, tramite il confronto, le conoscenze necessarie per contrastare debellare un fenomeno ancora diffuso nei nostri territori che distrugge le nostre risorse».  Per il prefetto Mariani, quella di oggi è stata una giornata simbolo, oggi ricordiamo una ragazza morta mentre indossava la divisa a meno di 25 anni. Credo che quanto basti a capire il valore del ricordo e della memoria. «Abbiamo fatto grandi passi in avanti nella lotta alla criminalità organizzata e tanti altri dovremo farne – ha ribadito il predetto di Reggio Calabria – una lotta per la libertà. Penso alla libertà di fare impresa in questo territorio o vivere tranquillamente pensando allo sviluppo che può consentire a questi giovani di rimanere in questa terra».

Evidentemente soddisfatto del progetto A-nrdangheta arrivato alla 50esima tappa ma ancora in salita, Vallone racconta di quando la sua storia si intrecciò con quella di Emanuela Loi dando vita a un momento di ricordo intenso che coinvolto i ragazzi.

 

di Elisa Barresi

 

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