“Arrassusia”, i proverbi calabresi: esempi di cultura popolare ancora viva

Da Cosenza a Reggio ha preso forma un'ampia varietà di detti che sono sopravvissuti fino ai giorni nostri in tutta la loro sottigliezza e nel più piccolo dei dettagli. Eccone alcuni dalle cinque province

di Paula Scalamogna
giovedì 4 ottobre 2018
15:06
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La Calabria è una terra estremamente legata alle sue tradizioni culturali e i suoi abitanti sono soliti conservarle gelosamente e tramandarle di generazione in generazione. Il lemma “tradizione”, infatti, deriva dal latinotradere” e significa consegnare, tramandare. Oggigiorno, anche se con meno frequenza rispetto al passato, si continua a “consegnare” quel bagaglio di usi e consumi, riti e credenze alle generazioni future per mantenere vivo il legame con la memoria. All’interno di questo prezioso contenitore di saperi, i proverbi sono alcuni tra gli elementi che contraddistinguono una comunità.

 

Cosa sono i proverbi

I proverbi costituiscono i modi di dire, i detti e le frasi che esprimono la sapienza millenaria di un popolo e che riescono a descrivere, con poche parole, l’esperienza e la saggezza degli uomini. Facevano parte del linguaggio colloquiale dei contadini, di quella classe sociale che, nonostante l’analfabetismo e la povertà era in grado di rivendicare un proprio sapere, basato sull’esperienza. I calabresi, in particolare, possiedono un patrimonio inestimabile di proverbi, alcuni legati alla sfera religiosa e a quella privata (la famiglia e gli amici) e altri riguardanti la geografia e la storia del territorio di appartenenza. Fautori di proverbi o di “faràguli”, le favole in senso lato, gli avi calabresi erano soliti narrarle, durante le lunghe e fredde serate d’inverno, ai componenti più giovani del nucleo familiare e nei momenti di riposo durante il lavoro.

 

Da Reggio Calabria a Catanzaro, da Cosenza a Crotone, da Vibo Valentia a tutte le altre cittadine limitrofe, ha preso forma un'ampia varietà di detti e saggezze popolari che sono sopravvissuti fino ai giorni nostri in tutta la loro sottigliezza e nel più piccolo dei dettagli. Eccone alcuni, nelle loro varianti dialettali:


I detti nel Cosentino

"U malu zappature se scugna sempre ‘u zappune", che tradotto letteralmente in italiano vuol dire: "Al cattivo zappatore si smanica sempre la zappa". Significa che, chi non ha voglia di lavorare trova sempre pretesti.


"Chine un rispetta mamma e tata, èrramu si 'nde va 'lla strata strata". Un proverbio che tradotto letteralmente significa: "Chi non rispetta la mamma e il padre, ramingo va di strada in strada". La morale del detto è: "Rispetta e dai ascolto ai tuoi genitori".

 

Nel Catanzarese

"Cu vo 'nu maritu bbonu fa ‘a novina a sant’Antoniu". Tradotto alla lettera sta a significare che chi vuole un buon marito, fa la novena a sant’Antonio. Il proverbio risale a una credenza medievale secondo la quale Sant’Antonio è considerato il promotore dei matrimoni, in quanto aiutava le ragazze a trovare marito.

"Lu gàbbu cògghia e la jestiìma no". Tradotto letteralmente: "L'invidia colpisce, il malocchio no". Vuole significare che chi palesa meraviglia delle altrui disgrazie, esprimendo facili giudizi negativi, sarà un giorno la stessa vittima.


"A la mala vicina, 'a pitta chjìna". Alla lettera: "Alla cattiva vicina di casa, dalle la "pitta" piena". Significa che il quieto vivere non è debolezza, ma è segno di civiltà e di intelligenza umana: soprattutto da usare verso chi, per natura, è stupido, litigioso o maldicente.

 

Nel Reggino

"Non fari beni ch'è perdutunon fari mali ch'è peccatu". La traduzione letterale è: "Non fare bene perché è perduto e non fare male perché è peccato!" Proverbio molto usato nel territorio di Gioiosa Jonica

"L’omu gelusu mori cornutu", proverbio che tradotto vuol dire: "L’uomo geloso muore cornuto". È un detto rivolto a chi, geloso di una cosa o di una persona, è destinato a finire nel peggiore dei modi.

 

Nel Vibonese

"Aguannu mi cridia mu campu letu c’avia nu quartu d’orgiu siminatu, poi vinni a giugnu mu lu metu ed era mangiatu du varvalacu". La traduzione: "Quest’anno credevo di vivere contento perchè avevo seminato un quarto d’orzo, ma a giugno, il tempo della mietitura, mi accorsi che era stato mangiato dalla lumaca". Il senso del detto è che chi mette poco impegno nel fare le cose, non può pretendere grandi risultati.

"'A testa e 'a cuda sugnu tosti a scorciari", il detto tradotto letteralmente vuol dire: "La testa e la coda sono dure da scorticare". Significa che la caparbietà si abbatte difficilmente.


"'A mugghieri 'i l'autri è sempri megghiuche vuol dire: "La moglie degli altri è sempre migliore". Sta a significare che alcune persone tendono ad essere invidiose di ciò che hanno gli altri, non apprezzando quello che possiedono.

 

Nel Crotonese

"Megghju unu ccu' ri calandreddri e ranu nt'u granaru, ca cammisa 'i sita e pagghja nt'uì pagghjaru". Letteralmente: "Meglio uno con i calandreddri (sandali di pelle usati dai contadini), piuttosto che camicia di seta e paglia nel pagliaio". Il detto vuol significare che è meglio sposare un contadino in grado di mantenere la famiglia, piuttosto che uno dall'aspetto elegante, ma con poche risorse.

"Ari picciuliddri l'abbitinu 'un fari mancari 'ncoddru. Cci'à mintiri nu cocciu 'i sali, 'a parma, 'na muddrica 'i pani e na figureddra". Il detto tradotto alla lettera vuol dire: "Non dimenticare di mettere l'abitino addosso ai bambini. "L'abitino sacro" è un piccolo sacchetto di stoffa con un grano di sale grosso contro il malocchio, un rametto d'ulivo benedetto, la palma in segno di pace, una mollica di pane raffermo come segno di Provvidenza e un'immagine della Madonna per protezione.

 

"Ci'à mortu 'u ciucciu ara muntagna" significa: "Gli è morto l'asino sulla montagna". È un'spressione ironica riferita a una persona che senza motivo si rattristisce, rinunciando a qualcosa di divertente.

 

Chiudiamo la rassegna con quello che può essere considerato il capostipite di tutti i proverbi, comune alle cinque province: "Arrassusia", probabilmente dal latino "Abrasum sit" (sia cancellato) che significa "lontano sia!, che non sia mai!, giammai!", un augurio affinché non avvenga qualcosa di spiacevole.

Spesso, la traduzione letterale perde la musicalità del dialetto e di conseguenza diminuisce il suo fascino, che resta comunque inalterato nell'accezione originiaria e dipinge situazioni e sentimenti come farebbe il migliore degli artisti sulla propria tela.

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