Matera, da simbolo di degrado a capitale della Cultura. Il sindaco: «Modello per il Sud»

VIDEO | Il passaggio eroico compiuto dalla città è stato illustrato dal primo cittadino Raffaello de Ruggeri, giunto nei giorni scorsi a Vibo Valentia, ospite del festival letterario Leggere e scrivere. Qui l'amministratore è entrato nel dettaglio del progetto dimostrando come l'aver puntato su innovazione, arte e valorizzazione del patrimonio abbia rilanciato Matera in ambito internazionale

di Monica La Torre
21 ottobre 2019
17:32
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Matera capitale della cultura
Matera capitale della cultura

La storia recentissima di Matera è la prova provata di come con la cultura, quando si è bravi, si creano ricchezza e sviluppo. L’orrido precipizio che nel romanzo Cristo si è fermato ad Eboli, era emblema stesso di degrado e miseria umana, e ricordava a Primo Levi l’inferno dantesco, oggi è geologia esistenziale, brand territoriale, città popolata da abitanti culturali. La metamorfosi della Capitale della cultura 2019 la racconta il suo sindaco, Raffaello de Ruggeri, ospite a Vibo Valentia del Festival letterario Leggere e scrivere.


Su cosa si basa l’affermazione straordinaria della sia città?

«Io ho sempre affermato che il progetto Matera 2019 non si basava sulle baldorie ludiche, sulle gioiose girandole e movimenti di eventi e di spettacoli. Ma nasceva come passaggio eroico di cittadinanza: dalla consapevolezza convinta dei cittadini e delle cittadine divenuti abitanti culturali. Persone consapevoli di vivere in un territorio unico e universale, per il quale era obbligatorio spendersi. Non più spettatori, quindi, ma come attori del loro stesso territorio».

Che meriti riconosce alla sua comunità?

«Tutti coloro che sono giunti a Matera, ad iniziare dai commissari che alla fine hanno scelto noi come capitale della Cultura, hanno visto lo sforzo, l’impegno di questo popolo in salita, in marcia, teso a costruire un nuovo territorio, a scrivere una nuova pagina della loro storia: e questo, ha determinato la vittoria della nostra città. La nostra è una fierezza nuova: non un’ostentazione, ma la consapevolezza di vivere in un luogo unico e universale, da difendere e promuovere. Tutti coloro che vengono a visitare Matera, prendono atto di quello che ormai è un dato di fatto: ovvero, che giungendo nella nostra città, si entra in contatto con una materia che amo definire “geologia esistenziale”, brand unico».


Matera è divenuta un potente attrattore di investimenti ed innovazione…


«È stato grazie alla sua unicità. Quella che ha portato le grandi case cinematografiche ad investire su di noi. Ecco perché hanno girato l’ultimo episodio della saga di 007 a Matera; ecco perché la produzione ha investito sul territorio oltre 12 milioni di euro. Ecco perché da domani, a Matera, si insedia la costola meridionale del centro sperimentale di cinematografia. Ecco, soprattutto, perché a Matera, il primo novembre, si inaugura l’hub digitale dove 13 aziende private si insedieranno, ed inizieranno ad operare. Imprenditori ed investitori giunti senza alcun foraggiamento pubblico, che hanno scelto la nostra città perché consapevoli del fatto che uscire dall'Italia col marchio “Matera”, significa essere conosciuti nel mondo. Se pensiamo che nel 1948 questa città era stata definita l'infamia nazionale, capiamo bene il passaggio eroico che è stato compiuto».


Pensa che la Calabria possa ispirarsi a questa metamorfosi e farla sua?

«Diceva un mio maestro, Peppino Galasso, che la più grande risorsa del Mezzogiorno è la sua storia. Per trovare quella energia, quel propellente indispensabile a costruire una nuova storia, dobbiamo guardare all’unicità del nostro percorso. E lo dobbiamo fare con estrema attenzione: noi meridionali siamo condannati a non sbagliare. Non possiamo permetterci passi falsi, pena il tornare ad essere considerati “i soliti meridionali”. E sapendo che a noi non è dato agire come calchi mimetici, imitatori di pratiche apprese altrove, o ricette valide in altre parti d’Italia, dobbiamo trovare le energie per essere innovatori, per vincere le frontiere, le concorrenze in tutto il mondo: questa energia, va attinta dal nostro passato unico. Dalla nostra identità».

 

 

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Monica La Torre
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  
Lacnews24.it
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