Vibo, Borrometi: «C’è un modo per lottare contro la mafia, fare squadra»

Il giornalista sotto scorta dal 2014 per le minacce ricevute ospite al festival Leggere e Scrivere: «Potevo cedere alla paura ma ho fatto il mio dovere che è quello di raccontare». Ad intervistarlo il condirettore di LaC Tv, Pietro Comito

di Redazione
15 ottobre 2019
20:53
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Paolo Borrometi e Pietro Comito
Paolo Borrometi e Pietro Comito

Dalle inchieste sulla filiera del pomodoro pachino a quelle per il controllo del territorio esercitato dai clan della Sicilia sud orientale fino alle presunte infiltrazioni nella pubblica amministrazione. Il giornalista Paolo Borrometi, sotto scorta dal 2014 per le minacce ricevute, si racconta a Leggere&Scrivere 2019 nella prima giornata del festival. Ad intervistarlo il condirettore di LaC Tv, Pietro Comito.

 

«Sognavo di fare qualcosa per la mia terra – ha detto Borrometi, vicedirettore di Agi, agenzia giornalistica italiana, una delle più importanti del Paese – e divento giornalista. Seguo l’esempio di Giovanni Spampinato, che venne trucidato in Sicilia senza però oggi essere ricordato. Il nostro ruolo è fare in modo che nessuno possa dire ‘io non lo sapevo’. Dopo aver documentato alcuni fatti iniziano ad arrivare messaggi intimidatori sulla mia macchina, scritte sull’androne del palazzo. Pensi ad una bravata, non di certo alla mafia, ma nell’aprile 2014 – ha detto – subisco un aggressione fisica brutale che mi ha lasciato menomato. Gli uomini incappucciati andando via mi dicono ‘Non ti sei fatto i c…. tuoi. Questa è solo la prima’, nei giorni successivi potevo cedere alla paura ma decido di fare il mio dovere che è quello di raccontare. Dopo tre mesi, ero in convalescenza, tentano di incendiarmi la casa di notte e capisco di essere entrato in una cosa più grande di me. Rispondo con nomi e cognomi, non siamo più nell’epoca di Peppino Impastato, in cui bastava gridare ‘la mafia è una montagna di merda’, la differenza oggi sta nel fare nomi e cognomi. Il mostro è accanto a noi. E quando sento – ha detto ancora – giornalista antimafia, rispondo così: giornalista. Ho compreso quanto fosse importante per me questo tipo di lavoro ma mi sono trovato isolato perché la mafia è violenza, l’isolamento invece è responsabilità di tutti noi. C’è un modo per lottare contro la mafia, fare squadra».

 

Borrometi ha spiegato che non avrebbe voluto vivere così. «Amo il mare, non vedo quello siciliano da 6 anni, non posso vedere come vorrei un amico o una donna da allora. Il problema c’è. Ho perso la libertà fisica ma ho quella di pensiero».

 

Il giornalista siciliano si è poi soffermato sulla recente scoperta, nell’aprile 2018, a poche ore dall’esplosione dell’autobomba che a Limbadi ha ucciso Matteo Vinci e ferito gravemente il padre Francesco, di un attentato che avrebbe dovuto far saltare in aria lui e la sua scorta. Ha concluso Borrometi: «Parlo qui in Calabria dove ci sono bravi colleghi. Penso a Michele Albanese che anche lui vive sotto scorta per fare il suo dovere. A 2 anni dalla morte a Malta della giornalista Daphne Galizia, non possiamo far finta di non vedere, perché poi non abbiamo il diritto di lamentarci. Mi rivolgo a tutti voi».

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